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Giovanna e Daniela, da brave mamme a insospettabili Medea

La Falcone è stata condannata a 16 anni, la Leonetti, invece, "scagionata" da una perizia psichiatrica?

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    Cosenza, di Carmine Calabrese

    Quel famelico buco nero “affamato” di vite. Innocenti e fragili. Cosenza e l’hinterland, sono ancora sotto shock. La storia di Marianna Luberto, soffocata, con un cuscino in una soleggiata mattinata di febbraio, esattamente il 20, dalla madre, appena sette mesi dopo essere venuta alla luce, grida ancora giustizia. Non vendetta. Questa, infatti, non serve. Non ha niente a che fare con questa tragica storia. Venerdì scorso, nell’aula del gup (Giudice per le udienze preliminari, ndc) si sarebbe dovuta tenere l’udienza. Ma il processo, per il cambio del giudice, Francesco Greco (nuovo gup, ndc) è stato fissato per il prossimo 16 novembre. La biologa 37enne, finita alla sbarra con la pesantissima accusa, assistita dai suoi legali di fiducia, gli avvocati Marcello Manna e Pierluigi Pugliese, ha scelto il giudizio abbreviato condizionato. Ad una perizia psichiatrica, alla quale la 37enne è stata già sottoposta. La donna, dopo la “scarcerazione” dal reparto di Psichiatria dell’Annunziata, è stata trasferita ai domiciliari in una clinica psichiatrica. E’ ancora detenuta lì.

    LA PERIZIA – Dicevamo della perizia psichiatrica, richiesta a gran voce dai legali della biologa. Il professor Sebastiano De Giorgi, considerato uno dei massimi esperti di psichiatria e direttore del Dipartimento di Psichiatria di Lecce, ha sottoposto la 37enne ad un’accurata e minuziosa perizia psichiatrica, dalle valutazioni del professionista è emerso che al momento del fatto criminoso la donna era “incapace di intendere e di volere”. Una valutazione che, almeno dal punto di vista medico, “scagiona” la biologa. Ma i periti dell’accusa propendono per un’ipotesi differente. Cosa succederà? Le perizie sono sul tavolo del gup. Il prossimo 16 novembre, se ne dovrebbe sapere di più.

    LA STORIA – Dalle 12.30 di quel sabato di febbraio, la vita di Marianna è finita per sempre, soppressa da chi l’aveva messa al mondo, l’aveva allattata, cambiata e baciata e tenuta in grembo per nove mesi. Il buco nero dell’esistenza ha deciso in una soleggiata mattinata, vestita apparentemente di normalità, di trasformare in mostro Giovanna Leonetti, biologa 37enne, arrestata e a lungo piantonata, con l’accusa di omicidio volontario aggravato, nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza. Giovanna, prigioniera da mesi del “male oscuro”, ha scelto di porre fine ai pianti, ai lamenti e ai dolorini di sua figlia, zittendola per sempre. La 37enne, da tempo in cura presso uno specialista per gli effetti, devastanti, di una depressione post partum, ha pensato e creduto che soffocando la sua figlioletta, avrebbe sconfitto anche il suo dispostico demone interiore, disturbatore dei suoi equilibri mentali. Sin da subito, Giovanna non ha negato il suo gesto. Prima di confessarlo agli inquirenti, prima di ribadirlo al procuratore aggiunto della Procura della Repubblica, Marisa Manzini, prima di ripeterlo al gip, Francesco Luigi Branda, l’ha ammesso a se stessa e al marito, con quell’sms a Franceso Luberto: “Ho risolto tutto”. La 37enne aveva solo voglia di pace, bisogno di riposo, urgenza di tranquillità. Per mesi fa i conti con la realtà, con il rifiuto del marito di starle vicino, con l’assenza di amici intorno. Per mesi, ha fatto i conti con se stessa, chiusa dentro una stanza del reparto di Psichiatria. Quella stanza senza colori, quelle flebo attaccate alle braccia per “imbottirla” di farmaci, quei medici che l’osservano, la “vigilano”, la studiano e la controllano, sono diventati ora il suo rifugio, la sua casa, il suo nascondiglio. Quei potenti farmaci con cui viene sedata, sono inefficaci contro i suoi demoni, i suoi incubi e la sua disperazione. Giovanna non ha quasi mai parlato,

    preferendo stare con gli occhi chiusi e la testa sprofondata sui cuscini, quasi come voler “annegare” ogni ricordo. Ogni frame di quel tragico sabato, ogni singolo istante di quel dramma, consumatosi in un palazzo signorile di via Molinella, affacciato sul salotto buono del centro cittadino. Si è alzata, si è seduta e riseduta, accovacciata e rannicchiata sul letto, solo per mangiare e bere qualcosa. Si è alzata solo per ripetere, principalmente, a se stessa: “Sono una persona orribile, per quello che ho fatto”. A chi le chiede come si sente, risponde con poche parole: “Sono morta anch’io”. Morta, pur essendo in vita. Morta dentro. Morta come donna, come mamma. Morta come Marianna. Sul fronte delle indagini, il lavoro investigativo svolto dai carabinieri della Stazione di Cosenza Principale, coordinati dal luogotenente Antonio Pantano, così come tutte le iniziali fasi d’intelligence, svolte dagli uomini della squadra Mobile di Cosenza, diretti dal vicequestore aggiunto Giuseppe Zanfini, hanno ricostruito i fatti e le dinamiche salienti della tragedia, permettendo al procuratore aggiunto Marisa Manzini e al pm Domenico Frascino, co-titolare dell’inchiesta giudiziaria, di cristallizzare le pesanti accuse contro la biologa 37enne. I mesi sono passati, ma la tragedia è ancora troppo grande e Giovanna si è già condannata. Da sola. La storia di Giovanni Leonetti, ricorda quella di un’altra mamma “morte”: Daniela Falcone, condannata lo scorso giugno a 16 anni di reclusione per l’assassinio del figlio. Il gup del tribunale di Paola, competente per territorio, Giulio De Gregorio, ha condannato la donna, difesa dall’avvocato Gianluca Serravalle, a 16 anni di reclusione riconoscendo un vizio parziale di mente equivalente alle altre attenuanti aggravanti ed è stata condannata anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni nei confronti del marito, che si è costituito parte civile ed è rappresentato dall’avvocato Nicola Carratelli. Fino al pronunciamento del gup e durante la sua detenzione ospedaliera prima e in una struttura specializzata dopo, la Falcone ha continuato a ripetere: lasciatemi accarezzare mio figlio, lasciatemi accarezzare mio figlio, non vedete è qui con me. E’ vicino a me”. 

    LA STORIA – Daniela Falcone, la 43enne di Rovito, trasformatasi da madre attenta e premurosa, in una novella e spietata “Medea”, finita in manette con l’accusa pesantissima di aver ucciso lo scorso 2 marzo, ndr (con l’aggravante del rapporto di parentela, ndr) suo figlio Carmine De Santis, di appena 11 anni, ha continuato a ripetere come un mantra di voler accarezzare il suo piccolo. Peccato che non può più farlo. E’ stata lei stessa a negarsi la possibilità di continuarlo ad accarezzare, ad accudire a vederlo crescere. E’ stata lei stessa a strappargli il sorriso, è stata lei stessa a negargli il futuro. Daniela Falcone, dopo il ricovero nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, dopo la detenzione nel braccio femminile del carcere di Castrovillari, è stata, per come stabilito dalle perizie psichiatriche richieste con forza dall’avvocato Gianluca Serravalle, trasferita in una struttura specializzata, per essere curata, per essere “liberata” da quei demoni interiori che l’hanno portata ad uccidere suo figlio e a “cancellare”, dalla sua testa, ogni traccia di quel folle gesto. Il gesto di Daniela Falcone ha sconvolto tutti, ma, nonostante la gravità del fatto, nessuno della famiglia se l’è sentita di voltarle le spalle. L’unico che non è presente è il marito. Una figura che, nell’alternanza di temporanei momenti di lucidità e duraturi istanti di assenza, la 43enne cerca con insistenza ma non vede e non riesce ancora nemmeno a spiegarsi il perchè della sua assenza. Daniela ha ucciso suo figlio, per vendicarsi del marito, Francesco De Santis, che non l’amava più. Lui le aveva confessato di aver messo incinta un’altra donna. All’uomo, la quarantatreenne caduta preda dei demoni del delirio, aveva detto: «Dobbiamo ucciderci tutti e tre! Dobbiamo morire tutti e tre per questo fatto!». Sembrava solo la scomposta reazione di una moglie oltraggiata piuttosto che un folle progetto delittuoso che la sua mente andava già delineando. La rivelazione del coniuge aveva infatti distrutto d’un colpo tutte le certezze d’una vita. Daniela non accettava d’aver perso il rapporto di esclusività con il compagno cementato dalla nascita e dalla crescita di Carmine. Da qui l’iniziale proposta del suicidio condiviso. Poi la scelta di scomparire per sempre con il figlio, per “punire” Francesco. La Falcone, è stata esaminata a lungo dallo psichiatra Giorgio Liguori, nominato dalla procura della Repubblica di Paola. L’esperto psicoterapeuta l’ha visitata per valutare il suo comportamento, osservare le sue sensazioni, cristallizzare le sue emozioni, definire la sua personalità. Il professionista, terminata la sua analisi, ha scritto, in una articolata relazione, che “Daniela Falcone mostra un atteggiamento collaborativo, ma si esprime solo utilizzando le lettere dell’alfabeto scritte su un foglio bianco”. La 43enne, dal giorno dell’omicidio del suo Carmine, ha quasi smesso di parlare. Non risponde nemmeno alle sollecitazioni mediche. E’ rimasta impassibile ed in silenzio, anche davanti al gip durante l’interrogatorio di garanzia. Lei, ostinatamente – come ha osservato lo psichiatra Giorgio Liguori – “nega perfino l’evidenza dei fatti, non crede a nulla di quello che le viene detto, men che meno alle accuse che le vengono attribuite”. “Mamma morte”, secondo Liguori, è affetta da un “disturbo di conversione, con annessa amnesia psicogena”. Un disturbo mentale, ritenuto assolutamente incompatibile con la ristrettezza del regime carcerario. Questo stato mentale ha fatto si che, Daniela Falcone ha rimosso tutto. La sua mente ha resettato il delitto, l’atroce omicidio, ogni singolo istante. Ma non Carmine che, come ha ribadito in più di una circostanza allo psichiatra, vede vicino a lei, ne osserva la presenza, ne sente il calore. Daniela Falcone lo mostra al suo fianco. “Solo lei – ha continuato nella sua perizia Giorgio Liguori – ha avuto e ha questa percezione, non ha dubbi. Suo figlio è vicino a lei, suo figlio è accanto, anche se a vederlo, a sentirlo e a pensare di toccarlo è solo lei. Un atteggiamento – ha spiegato ancora lo specialista – che è al tempo stesso esclusivo e rassicurante”. Per Daniela Falcone, insomma, non è successo niente. Accarezza suo figlio, allo stesso modo di come l’ebbe vicino, durante quelle interminabili 48 ore, quando dopo averlo fatto salire in auto, lo portò nei boschi della Crocetta e vincendo le sue resistenze con calmanti e sonniferi, lo uccise. Il piccolo Carmine lottò, cercò di difendersi da quella furia, ma senza risultati. Quella di Daniela Falcone è, insomma, una storia identica a quella di Medea. Una storia intrisa di morte, follia e dolore, come quella di Ecuba, madre di Ettore. Una storia, trasposizione moderna delle tragedie di Euripide, che evidenzia un disagio profondo. Una storia che ha per protagonista il “fantasma” di un bambino, di appena undici anni, assassinato brutalmente da sua madre. Quella stessa madre che crede ancora di tenere in braccio suo figlio, di accudirlo e di accarezzarlo. Ma solo nella sua testa.

    LA RICOSTRUZIONE – Erano scomparsi da Rovito. Era il 1 marzo del 2014. I loro corpi vennero trovati sul monte Crocetta, sulla vecchia strada che collega Cosenza e Paola. In un primo momento i carabinieri del comando provinciale di Cosenza comunicarono che entrambi erano morti. La donna, in realtà, al momento del ritrovamento era ancora viva, tanto che era stata prontamente soccorsa e trasportata all’Ospedale di Cosenza dove i sanitari sono riusciti a salvarla. Dopo una prima serie di accertamenti le sue condizioni furono definite gravi, ma non da far temere un rischio di vita. Il bimbo, invece, era già spirato quando i soccorritori lo individuarono.

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