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La battaglia di Claudio: “cancella” la sua vita, rinascendo Vanessa

Sentenza del tribunale su un cambio di sesso

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    Cosenza, Carmine Calabrese

    Quei trentacinque anni di vita, cancellati in … “nome del popolo italiano”. Claudio, dopo un lungo e tormentato iter burocratico e giuridico, ha vinto, ora sarà Vanessa. Si realizza, grazie ad un provvedimento del tribunale di Cosenza, il suo sogno. Quel suo sogno, lungo tutta una vita. Sì, perchè Vanessa, dentro quel corpo maschile si sentiva intrappolata, infelice, sola. Fuori luogo, fuori posto e fuori “corpo”. Non si accettava più. Non accettava più i peli della barba sulla faccia, detestava tutto di Claudio, perfino il nome. La battaglia di Vanessa è stata dura, difficile. Anche dolorosa. Sì, dolorosa, per quel distacco con suo padre. Forse irrecuperabile. Quel padre che non ha mai accettato l’idea di quel figlio troppo poco maschio. Alla pronuncia del provvedimento del giudice del tribunale di Cosenza, Vanessa è scoppiata in lacrime. Sono lacrime di felicità. Gli occhi sono raggianti e grandi. Così grandi che quella vistosa montatura di occhiali da sole, da diva anni ’60, a fatica riesce a contenere. Vanessa, avvolta nel suo vestito rosa, nonostante il tacco 12, corre ad abbracciare la madre, l’unica dice “che ha sempre capito il mio disagio, l’unica che non mi ha mai giudicato, l’unica che mi ha sempre trattata non da aspirante donna o da “confuso” uomo, ma da persona”. Suo fratello Giacomo, è in disparte. Resta impassibile, seduto sul palchetto degli “spettatori”. Non un sorriso, non una stretta di mano, non un accenno di intesa verso la sua “nuova” sorella. Incontriamo Vanessa nel corridoio del tribunale. Si avvia verso l’uscita, sotto braccio a sua madre e al suo avvocato. “Oggi – ci racconta – rinasco finalmente. Rinasco soprattutto dentro me. E’ stato difficile. E’ stata dura. E’ stato terribile accettarmi e volermi bene. Se non ci fosse stata mia madre – continua, accarezzandole il viso – non so ora cosa sarebbe successo. Non vedo l’ora di arrivare a casa e festeggiare, con tutti coloro che mi sono stati vicini. Sarebbe bello se alla mia festa, si unisse anche papà”. Vanessa si ferma un attimo. Deve rifarsi il trucco. Quando ritorna è perfetta. Vanessa ha trentadue anni, ha un fisico statuario, merito del tanto sport fatto. Quand’era piccola, giocava a basket, a pallavolo e a calcio. Ha anche qualche anno sul tatami. Ci fa vedere l’unica foto che conserva del suo doloroso ieri. I suoi diciotto anni. “Ho gettato tutto, troppe le ferite. Troppi i brutti ricordi. Legati soprattutto al fatto di dover fingere. Con tutto e con tutti”. Vanessa, per festeggiare al meglio questo momento, lancia un appello, a chi vive, per vergogna, per paura, per condizionamenti, per disagio la sua stessa condizione. “Realizzate il vostro sogno, soprattutto parlatene. Non nascondetevi, non fingete di essere quello che geneticamente non siete e non sarete mai. E’ difficile andare contro la propria stessa natura”. Vanessa ripercorre tutte le tappe della sua vita. “I primi anni di vita, sono stati normali. Giocavo a calcio, mi arrampicavo sugli alberi, tiravo con la fionda e mi sbucciavo le ginocchia con la bici. Poi crescendo è cambiato qualcosa dentro di me. Sentivo che c’era qualcosa che non andava. All’inizio non c’ho dato peso. Poi una sera è scattato qualcosa. Ho cominciato a vedermi allo specchio e non mi piacevo. Mia madre s’era accorta di qualcosa, ma se n’era stata zitta. Forse è stato difficile anche per lei. A scuola stavo sempre con le mie compagne. Parlavamo di vestiti, di Barbie e di tutto quello che piace a “noi” ragazze. I compagni mi scherzavano. I bambini, seppur piccoli, inesperti ed innocenti, sanno meglio di chiunque altro, come far male. Specie con le parole. I miei compagni, avevano perfino smesso di invitarmi alle feste e a farmi giocare a pallone. “Lasciamolo stare Claudio, lui preferisce giocare con le Barbie”. Quanti pianti. Poi sono diventato maggiorenne e mia madre è venuta a parlare con me. E’ stata fantastica. E’ stata una chiacchierata benefica, non tra mamma e figlia, ma tra donne. Questo mi serviva”. Mentre parla gioca con le dita che si perdono nelle folte ciocche di capelli. Sono lunghi e neri. A Vanessa squilla il telefono. E’ Riccardo, il suo amico del cuore. Gli racconta soddisfatta quello che è successo. “Riccardì, ti aspetto a casa mia. Stasera dobbiamo festeggiare. Ora sono pure famosa, qui c’è un giornalista che mi sta intervistando”. Rimette il telefono in borsa e ricomincia. “Mia madre mi ha sostenuto, mi ha accompagnato in tutto il mio iter: dalle consulenze psicologiche alle terapie ormonali, necessarie per far “partorire” la mia nuova identità. E con lei che ho riadeguato alla mia nuova vita tutto il mio guardaroba. E’ stata lei a scegliere il nome Vanessa. Sa che io adoro l’Incontrada. Oggi mi sento bene. Oggi anche la legge mi ha liberata da un peso. Doloroso ed ingombrante. Ora devo completare l’ultimo tratto del percorso: quello dell’operazione. E poi andrò in Comune per il cambio di nome. Oggi è davvero una bella giornata”. Vanessa lascia il tribunale. Sua madre se la tiene abbracciata stretta. Suo fratello Giacomo, ha lasciato il palazzo di Giustizia, qualche minuto dopo la lettura del dispositivo. “Io vado in macchina”. Vanessa sa bene che dovrà fare i conti anche con lui.

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