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Alyna, salvata dalla strada e restituita alla vita

LE STORIE ESCLUSIVE DI COSENZAINFORMA.IT Era arrivata in Italia con una valigia piena di sogni. Ad aspettarla, invece, la prostituzione

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    Dall’inferno alla vita. Per affetto. E’ stata questa la tratta del viaggio di Alyna, giunonica e prorompente bellezza dell’Est, arrivata in Italia con una valigia piena di sogni e speranze e finita per strada. A vendere sesso e piacere. In cambio di pochi soldi e tante, tante botte, “guadagno” giornaliero dai suoi padroni. Fino all’arrivo di Ernesto, il suo angelo custode, volontario in un’associazione che si occupa di invisibili che ha salvato Irina. Dai suoi aguzzini e anche da se stessa. Alyna, 28 anni, era fuggita dall’inferno, lasciando lì nell’inferno della sua terra fame, povertà e guerra. Ma, anche qui aveva trovato il “suo” inferno. Pronto a perseguitarla e a farla prigioniera. I suoi grandi occhi verdi, anche se gonfi di lacrime, riescono ancora a sorridere. A commuovere e a trasmettere tenerezza. Quella stessa che le ha salvato la vita. Alyna è una di quelle tante anime “vendute” da gente senza scrupoli. Abili venditori di false speranze, incalliti trafficanti di sogni finti e perversi “proprietari” di vite. Altrui. Il sogno di Alyna, quello di iniziare una nuova vita in Italia, con la speranza di trovare anche l’amore e non andare più via, finisce, già prima di iniziare, alla stazione Termini di Roma. Quattro anni fa. Ad impossessarsi della sua vita e a decidere del suo futuro è stato Igor, suo cugino. Igor aveva convinto la ragazza a venire in Italia, prospettandole la possibilità di lavorare come cameriera in un locale gestito da amici. La 24enne, raccolte tutte le sue poche cose in una valigia, era salita su un aereo e arrivata a Roma. Al suo arrivo nella Capitale, suo cugino e un altro “compare” l’andarono a prendere. Furono gentili e premurosi. L’accompagnarono in un bar, poi in albergo per sistemarsi e poi a cena fuori. L’effetto e le attenzioni, però, durarono poco meno di otto ore. Sì, perché, mentre Irina era nella sua camera d’albergo, ricevette la visita di suo cugino e di altri tre dell’Est. Un bielorusso e due ucraini. Igor, dopo averla salutata e averle presentato i suoi amici, le disse: “tu ora appartieni a loro. Ti hanno pagato settemila euro. Devi rimborsarli, lavorando sulla strada. E negli alberghi”. Irina non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi che venne “caricata” su un’auto di lusso e accompagnata al suo posto di lavoro. Sulla Salaria. La “merce” conquistò la clientela. Gli affari per gli aguzzini andavano bene, per la 28enne le cose andavano decisamente peggio. Poco tempo dopo, Alyna viene fatta salire su un camion, “zeppo” di altri disperati. Tutti clandestini e tutti con lo stesso identico destino: l’inferno. Prima di farla salire sul camion, Igor le dice che andrà a Corigliano. Non è libera. I “suoi” padroni, l’hanno data “in affitto” a una gang di albanesi e rumeni. Sbattuta per strada, lungo la trafficatissima Ss 106, Alyna ha subito di tutto: rapine, pestaggi, violenze sessuali. Poi l’arrivo a Cosenza, costretta a “vendersi” tra la zona della Villa Vecchia e la stazione ferroviaria. Qui entrò in contrasto con i trans. E furono botte. Venne pestata a sangue e salvata da una sua amica. Poi l’arrivo di Ernesto. Il suo angelo custode. E anche molto di più. Raccontarsi ad Ernesto non è stato semplice, ma lui, insieme con gli altri ragazzi dell’associazione di volontariato, l’assistenza di medici, la consulenza di psicologi è riuscito a conquistare la fiducia di Irina, ascoltandola. Aiutandola a liberarsi dai suoi fantasmi, dai suoi demoni e dalle tante paure che ha ancora. Una su tutta quella di essere ripresa dai suoi “padroni”. Ora è in una casa famiglia. E’ qui ha scoperta cosa significa di nuovo amare, ha riscoperto il vero significato della vita. Insieme a lei, ci sono anche altre “lucciole”, finite anche loro all’inferno. Alyna vuole diventare l’ennesimo simbolo della lotta ai “trafficanti di carne”. “Di storie terribili ne conosco tante. A cominciare dalla mia – ci racconta in un italiano balbettante. Ho visto spesso la morte in faccia. E ho visto morire, ragazze come me. Uccise per un rifiuto o “punite” a morte per un mancato guadagno”. La 28enne racconta la “mafia” degli aeroporti dell’Est. “Qualche anno fa, dopo che per il controllo della prostituzione sulla strada statale 106, tra rumeni e albanesi ci scappò il morto, vennero intensificati i controlli delle forze dell’ordine. Una notte durante una retata, venimmo portate in caserma, controllate ed espulse. Ci venne dato un ordine d’allontanamento coatto. Ricordo che con altre ragazze arrivammo all’aeroporto di Minsk, senza un soldo, senza alcun effetto personale, senza niente. La polizia ci tenne per ore in una stanza sporca, con le finestre blindate e con un filo di luce. Qualcuno informò qualche “padrone”. Mentre ero in questa stanza, bussò alla porta un uomo. Non lo conoscevo, non l’avevo mai visto. So che disse alla polizia aeroportuale di essere un mio parente e con il portafoglio in mano, mise a posto le cose. Mi diede un biglietto per Roma. Lì all’atterraggio avrei trovato un nuovo “padrone”. Poi su un camion verso una piazzola di sosta della 106. Ancora sarei nel girone infernale delle “dannate” o forse sarei morta, chi lo sa. So che Ernesto mi ha salvato la vita. Mi ha fatto rinascere”. Già, rinascere. Ernesto e i suoi amici volontari hanno voglia di salvarne tante di vite. “A volte ci riusciamo – confessa l’angelo custode dei disperati – a volte no. Spesso non si vuole cambiare per questioni di paura o forse perché per alcune “vendersi”, “darsi”, “farsi”, “annullarsi” e “disfarsi” sono le uniche cose che hanno imparato a fare nella loro vita. E’ triste, ma è vero. Purtroppo”. Ernesto sulla sua agenda ha un’infinità di nomi, di date, di storie. “Salvarli tutti, restituirgli la vita, far riemergere dagli abissi la parte ancora intatta di se stessi e la dignità di essere umani non sarà né semplice, né sicuro. Ma abbiamo il dovere, soprattutto morale, di provarci”. Il telefono di Ernesto squilla. E’ Luca, detto Sofia, è un trans, intenzionato a smetterla di fuggire, di salvarsi e di vendersi. “Il dovere mi chiama”. Sì, corri. C’è un’altra vita da salvare. Dai demoni, dalle paure e da se stessa.

    Carmine Calabrese

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