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Bergamini, 27 anni senza verità e giustizia.

Oggi, nel 1989, perdeva la vita tragicamente il calciatore del Cosenza. Una morte ancora coperta dal mistero più fitto

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    Ventisette anni senza Denis, più di mezzo secolo senza verità, 9862 giorni senza giustizia. Un’assenza che fa male, tanto, troppo. Ma un affetto che non si dimentica. Oggi, come succede ormai da più di mezzo secolo, è una giornata di ricordo, di commozione, ma anche di festa. Il modo migliore per ricordare il biondo centrocampista ferrarese che, per amore della maglia, per amore dei Lupi, per affetto verso la città e verso gli Ultrà Cosenza, rifiutò il passaggio alla Fiorentina per restare in riva al Crati. E l’intera città di Cosenza, questo atto d’amore verso i Lupi, non l’ha dimenticato e non lo dimenticherà. Mai. Così come mai e poi mai verrà meno il desiderio di verità, per quella morte, dicevamo tragica, avvenuta più di 27 anni fa. Una morte tragica, ancora coperta nel più fitto mistero. Un mistero fatto di silenzi, omertà, depistaggi, errori investigativi e protezione totale. Per i responsabili di quella morte, classificata come suicidio. Un suicidio, a cui nessuno, in primis la famiglia Bergamini, ha mai creduto. Donata Bergamini, sorella di Denis, diventata anche lei cosentina d’adozione per affetto, non ha mai smesso di lottare. In nome della verità. Quella “Verità per Denis”, diventata anche un grido di battaglia. Una battaglia legale, combattuta intensamente dalla famiglia Bergamini, ma che non ha portato a nulla. Già la battaglia legale. Quella vissuta in trincea dalla famiglia del centrocampista estense, quella combattuta in aula dall’avvocato Gallerani, legale di fiducia dei Bergamini e quella del procuratore capo della Repubblica di Castrovillari, Eugenio Faccilolla che, come il suo predecessore, Franco Giacomantonio, ha ottenuto dal gip l’ok per riaprire le indagini. Un supplemento investigativo, necessario per “scavare” nel passato di quella tragedia, consumatasi in una piovosa e fredda sera del 18 novembre del 1989. Più di mezzo secolo fa. Appunto. Più di mezzo secolo, secondo tutti, famiglia e tifosi in primis, in cui sono state dette tante inesattezze, raccontate tante, troppe grandi bugie e scritte mezze verità. Anche investigative e processuali. Sì, perchè come si ricorderà nel registro degli indagati finirono Isabella Internò, all’epoca della tragedia, legata sentimentalmente al calciatore e Raffaele Pisano, l’autotrasportatore alla guida del mezzo pesante, sotto il quale, secondo il racconto dei due, tra l’altro “unici” testimoni oculari, il calciatore si “lanciò a pesce”, finendo dilaniato sotto le ruote del pesante autoarticolato. Fu, all’epoca, proprio questa versione dei fatti, raccontata dall’Internò e confermata da Pisano che favorì la chiusura dell’indagine con l’archiviazione. Un’archiviazione che non convinse nessuno, men che meno piacque. Più di un dubbio su quella morte sospetta, venne sollevato anche da Carlo Petrini nel suo “Il calciatore suicidato”. Nel suo libro, l’autore scriveva “Un camion a rimorchio, un Fiat Iveco, se tu finisci sotto le sue ruote ti trancia in due. Donato non aveva niente. Non aveva una frattura, le sue braccia erano integre. Non aveva niente alla testa. Neppure un graffio, neppure una macchia sulla giacca o la camicia sgualcita. Lui non ha niente per poter dire che lui è uscito da un trascinamento di 60 metri. Non aveva nemmeno il vestito sgualcito. Difficile pensare che possa essere stato trascinato metri e metri da un camion”. La determinazione della famiglia Bergamini, la testardaggine del procuratore capo Franco Giacomantonio e del suo successore Eugenio Faccilolla, di riaprire l’inchiesta, sono state premiate. Sul libro dei cattivi sono finiti ancora una volta, gli stessi protagonisti di prima. Anche se con ruoli e accuse diverse. Isabella Internò secondo l’ipotesi della Procura della Repubblica della città del Pollino avrebbe avuto un ruolo chiave nell’omicidio in concorso. In concorso con complici, rimasti “senza volto e senza identità”. Mentre per Raffaele Pisano, assolto con formula piena dall’allora accusa di omicidio colposo, l’accusa ipotizzata era quella di falsa testimonianza e favoreggiamento. Di ignoti. Ma anche la seconda, lunga e laboriosa indagine non ha portato a nessuna novità. Se non ad un atteggiamento sospetto dei due principali protagonisti chiave. Isabella Internò, infatti, alla sua prima convocazione in caserma, davanti ai carabinieri non si presentò. Andò il suo legale, spiegando l’assenza della sua cliente con ragioni di salute. Pisano, invece, venne ascoltato e, a differenza della prima volta, scelse la strada del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Identica strategia, poco dopo, fece l’Internò, durante la seconda convocazione. Da allora più nulla. Nessun altro teste, nessun altro indizio utile, nessuna altra prova concreta per dimostrare un omicidio. Freddo, calcolato, brutale. Nulla. La giustizia non è riuscita, ancora, dare “pace” a Denis e alla sua famiglia, ma Bergamini vive e vivrà nel cuore dei tifosi. Quelli che ancora oggi nella “sua” curva, cantano il suo nome. In attesa di una “Verità per Denis”. Totale e definitiva.

    Carmine Calabrese

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