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Una vita ‘parcheggiata’ su una panchina del centro cittadino

Passeggiando per Cosenza, accade spesso di imbattersi davanti a “pezzi” di vita e a storie d'identità smarrite, finite nel “tritacarne” dell'invisibilità

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    A volte per scelta, a volte per caso, a volte per destino. Scene che fanno male agli occhi, scene che fanno ancora più male al cuore e all’anima. Uomini, donne, bambini, maggiorenni o minorenni, poco importa. Per la condizione di povertà o per la “certificazione” di invisibilità, il sesso, la religione, la cultura, la provenienza o anche, semplicemente, il colore della pelle o l’età, sono dettagli. Insignificanti. Ogni “invisibile” la sua condizione di esistenza “precaria”, la vive e la testimonia a modo suo. La fila davanti i raccoglitori giganti d’indumenti, è quasi più numerosa di quella che sosta alla Posta. Su piazza Zumbini, ci sono due bimbi, avranno si e no, tra i 3 e i 6 anni, si divertono a giocare con gli schizzi di uno zampillo. Sono vestiti colorati. Indossano indumenti di alcune taglie più grandi. Ma, a loro non importa. La pressione dell’acqua è forte, quanto il loro entusiasmo. Non so che storia abbiano, nè, tantomeno, che lingua parlino. Ma so che il loro convinto sorriso, è senza nazionalità. Una scena che commuove anche la statua del monumento dei caduti sul lavoro che, tanto commosso, quanto vergognato, sembra abbassare lo sguardo, compatendo quella caduta. Dolorosa. Di vite. A poca distanza dai due bimbi, c’è un signore, avrà forse quarant’anni, ma ne mostra almeno venti di più. Lui, seduto su un angolo della panchina, ha appena steso sulla ringhiera, il suo bucato: jeans e magliette, scarpe colorate, maglioni, giubbini e bavette. Su un’altra panchina, lì vicino, ci sono altri indumenti. Il profumo di fresco e di pulito “riempie” l’aria di bucato, sono piegati e posizionati, come se dovessero essere rimessi a posto. Nell’attesa che tutto s’asciughi, legge un libro. La copertina, zeppa di pensieri, scritti in libertà, rende impossibile leggere il titolo. Ma, dentro quelle pagine, ingiallite dall’esposizione alle intemperie e spiegazzate sulle “orecchie”, sembra si senta a casa. E’ assorto e concentrato. E, mentre di tanto in tanto, controlla il “bucato”, getta un occhio sui bimbi, felici come se fossero nel più grande parco giochi, esistente al mondo. Da un portone, posizionato proprio di fronte alla panchina, esce una signora che stringe la mano ad una bimba. Le due, hanno una busta, con dentro due bibite, degli yogurt, una confezione di biscotti, una di merendine e alcuni panini. Il cuore solidale e altruista di Cosenza. Quello sia noto che anonimo, quello che non sa, non riesce, non vuole, voltarsi dall’altra parte. E, nemmeno ci pensa, di farlo. Il sorriso di quell’uomo è il più entusiasmante grazie che abbia mai visto pronunciare. A voce alta e con l’anima piena di gratitudine. E’ l’ora della merenda. I tre, si siedono e aprono la busta. I due bimbi scelgono le merendine, l’uomo un panino. Ma, prima di mangiare, congiungono le mani in segno di preghiera. Anche questo è un grazie. Detto con le labbra, con gli occhi e con il cuore. Un grazie sentito, che vale tanto.

    Carmine Calabrese

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