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Elvira e quei suoi quindici anni ‘persi’ in una notte di luglio

Veniamo al mondo, con la convinzione e la speranza che la vita sia una favola bella ma spesso i capitoli scritti con un inchiostro che, “sporca” i fogli di tristezza e lacrime, sbiadendone la sacralità policromatica 

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    Quell’assenza che separa dalla vita. Veniamo al mondo, con la convinzione e la speranza che la vita sia una favola bella. Ma, spesso, alcune pagine di questo meraviglioso diario di bordo di un viaggio esistenziale, sono macchiate da capitoli, scritti con un inchiostro che, sporca i fogli di tristezza e lacrime, sbiadendone la sacralità policromatica della vita. In una di queste pagine è scritto il capitolo che racconta di Elvira, i suoi tormenti, i suoi dolori, i suoi turbamenti. Questa storia, come ogni bella favola, non comincia con il più romantico e tenero del “c’era una volta”. Quel “c’era una volta”, finisce nella tarda serata del 28 luglio dell’88. L’aria è piacevole, la casa di Elvira “profuma” di citronella e di festa. Ma nel giro di appena un’ora, lo scenario cambia. Gianluca, papà di Elvira, è sdraiato sulla sedia, sistemata in giardino. Quello che tutti credono sia solo un riposino, si trasforma nel sonno eterno. Gianluca, infatti, muore. Un male incurabile se lo porta via. Ed è proprio Elvira, appena quindicenne a dare l’allarme. Per Elvira, quel maledetto 28 luglio dell’88, è una data nera. Dolorosa. In quel 28 luglio, Elvira sente dentro spezzarsi due legami forti: uno con suo padre, l’altro con se stessa e la sua serenità. Elvira, in una notte di piena estate, diventa contemporaneamente prigioniera di un dolore, vittima di un distacco e carnefice di se stessa e della sua spensieratezza. Da quella notte, Elvira s’è persa, smarrendo le sue certezze, perdendo di vista le sue priorità, disfacendosi delle sue emozioni. Con suo padre, Elvira aveva un legame speciale, fortissimo. Suo padre le aveva insegnato a montare a cavallo e a sentire le voci della natura, le aveva insegnato ad andare in bici, a nuotare, a tirare con l’arco, a far volare gli aquiloni. Suo padre le aveva insegnato a vivere. Ma con la morte di Gianluca, Elvira ha tumulato i suoi sorrisi e “seppellito” i suoi entusiasmi. Elvira, in preda alla fase ribelle dei suoi quindici anni, quella considerata particolarmente critica perché “segna” il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, perchè “detta” i tempi di maturazione e modificazione del corpo, perché urla tutti i suoi impulsi psico-ormonali, sfoga il suo dolore contro sua madre. Spesso Elvira sbatte la porta in faccia e sua madre e se ne sta per ore chiusa nella sua stanza. Sperando che in quell’elisio forzato, tra le foto di suo padre e le pagine del suo diario, trovi la forza per reagire, per rinascere, per ricominciare. Niente. Elvira, “punisce” sua madre, incolpandola di tutto. La quindicenne, sempre per far dispetto a sua madre e per “metabolizzare” meglio la pesantezza di quel distacco, “colleziona” rapporti con uomini maturi. La sua è una ricerca di affetto e protezione; la sua è una egoistica necessità di colmare un vuoto; la sua è una bisognosa voglia d’attenzioni e di comprensioni. Ma le sue priorità “cozzano” con le esigenze di quegli uomini che, di “accollarsi” una figlia a distanza non ne hanno nessuna voglia, né vogliono dedicarle tempo. Quegli uomini bramano il corpo di Elvira, vogliono la sua carne, sono eccitati dalla sua bellezza e dalla sua esuberanza. Elvira finisce nei letti di camere d’albergo della città e della provincia. Spesso quegli uomini le lasciano qualcosa. Nulla a che vedere con l’affetto, nulla a che fare con l’amore. Elvira sente forte il frastuono del suo dolore. Cerca di zittirlo con droghe e alcol. Elvira cresce con questo “buco” dentro, un vuoto che niente e nessuno riesce a coprire. Elvira fragile, impaurita, indifesa e spaventata, tenta anche di mettere fine ai suoi tormenti, provando a farla finita. Con un mix di ansiolitici, tranquillanti e birre. Nel palazzo dove Elvira e sua madre abitano, esattamente al terzo piano, vive Adriana, presidentessa di un’associazione che si occupa di volontariato. Lei, abituata a leggere le vite dei disagiati, le espressioni facciali dei disperati, lei, capace di “ascoltare” le urla silenziose di chi ha tanta rabbia dentro che non sa far deflagrare fuori, capisce che la ragazzina è una bomba ad orologeria. Una mattina la ferma, con una scusa. La accoglie in casa, le parla, ne conquista la fiducia, ne ossigena l’entusiasmo, le rianima il sorriso. Elvira con Adriana e grazie ad Adriana riscopre se stessa, riscopre quella parte di se che aveva sepolto. Elvira frequenta la chiesa, si poggia sulla preghiera, si dedica a chi ne ha più bisogno. Elvira rinasce. Oggi Elvira è una delle tante anime del volontariato cittadino. Elvira oggi è una donna con l’entusiasmo di una quindicenne e insegna agli altri come trasformare il dolore in amore, la rabbia in fiducia, il desiderio di morte in inno alla vita, l’ha imparato su di lei. Non lo fa per lavoro, né per hobby. Lo fa per missione. L’ha sperimentato su se stessa.

    Carmine Calabrese

     

    Immagine di repertorio

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