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‘Infermiere per caso e per fortuna’

Una vita trasparente e pulita, in nome della dedizione al suo lavoro di infermiere all’ospedale di Paola.

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    Questa di Franco Montalto potrebbe definirsi una storia di ordinaria normalità, dove per una volta tanto non ci sono scandali, proclami, nulla da recriminare, semmai una bella esperienza professionale da raccontare, monito ed esempio per chi ancora continua ogni mattina ad andare a lavorare presso l’ospedale di Paola, magari demotivato, e, a torto o a ragione avverte il peso morale di discriminazioni e furti di talento a vario titolo. Per lui, Franco, originario di Bisignano, un paesino alle porte di Cosenza, la vita da infermiere professionale è stata una sacrosanta missione.

    Quarantetrè anni di lavoro, mai un giorno di malattia, sposato con Graziella, due figli e quattro meravigliosi nipotini, l’andare in pensione non ha costituito un trauma, semmai un rispettabilissimo traguardo da godere assieme ai suoi cari. E’ una persona schiva, riservata, e quando gli chiedo di raccontarmi la sua storia, mi parla quasi sottovoce. Ha sempre lavorato a Paola, per quindici anni nel reparto chirurgia, dal 1992 è sempre stato in anestesia e rianimazione.

    “Fare l’infermiere professionale – dice – è stata un’esperienza positiva sotto ogni aspetto, nonostante difficoltà oggettive di turni, reperibilità, pazienti da gestire, colleghi con cui condividere ogni minuto della giornata, tensioni sul lavoro. Alla fine di questo lungo percorso, la stanchezza ha iniziato a farsi avvertire, e così dai primi di luglio ho salutato medici e colleghi dell’ospedale di Paola, e mi sono temporaneamente ritirato a riposo” – Temporaneamente perché Franco, a sessantuno anni e undici mesi non ha affatto intenzione di smettere di occuparsi di qualcosa.

    “Non posso fare sempre e solo il nonno, sento e sono capace di mettermi ancora a disposizione di chi dovesse avere bisogno di me” – prosegue. Un tantino deluso da quello che oggi sta diventando la sanità in generale, quella calabrese in particolare dove diatribe burocratiche, riorganizzazioni territoriali, concorsi, assunzioni, graduatorie ed altro, innalzano in maniera esponenziale i livelli di stress da lavoro correlato, Franco dice di non essersi più ritrovato, di avvertire che non solo le cose intorno a lui stavano cambiando, bensì egli stesso.

    “Quasi niente è più come prima” – prosegue – “forse oggi si corre di più, a volte c’è approssimazione, l’utenza degli ospedali è aumentata e le richieste di assistenza sono diventate a volte ingestibili, non per dolo, ma proprio perché non si fa in tempo ad assisterne uno, che dietro la porta ce ne sono altri cinque.”

    Ci racconta di come negli anni ’80 non c’era una sera in cui all’ospedale di Paola non arrivassero persone colpite durante conflitti a fuoco, degenerati magari per futili motivi.

    “Arrivavano da Amantea, da Cetraro, quello è stato un periodo difficile, ma io ho sempre fatto il mio lavoro con grande dedizione e non ho mai avuto alcun problema.”

    Per dovere di cronaca occorre ricordare che negli anni ‘70/‘80 la Calabria e la zona del Tirreno cosentino in particolare, sono la risultante del cambio di rotta di una regione e di un’intera società, che si stava arroccando sui costoni di un singolare potere mafioso, dal quale per un certo periodo si svilupparono classi politiche, partiti, istituzioni, denunciate da – un nome per tutti – Giannino Losardo, che non ebbe difficoltà a mettere in evidenza perché contrade come Cetraro, Paola, Praia a Mare ad esempio, fossero state travolte dalla chimera del facile guadagno, impassibili davanti al crollo dell’occupazione e dello sviluppo primario di quelle realtà.

    Giannino Losardo, servitore dello Stato fu assassinato per questo, in un giorno di Giugno di 30 anni fa, a causa delle sue denunce di malaffare, e con lui morì un’intera comunità. E’ stato uno di quelli che alla negazione dell’evidenza ha preferito il coraggio dell’onestà. Quella che invece è mancata nel resto della società per decenni, e ancora oggi è la vera latitante. Ma torniamo a Franco e al perché ha scelto di fare l’infermiere.

    “Sono diventato infermiere quasi per caso. Mi sono trovato a Paola grazie ad un mio amico che voleva iscriversi al corso, e di conseguenza l’ho fatto anche io. Al resto ci ha pensato forse, una parte di fortuna.”

    Quanto è importante il rapporto tra infermiere e paziente?

    “Tantissimo, direi che si crea un legame che potrebbe anche superare quello del rapporto col medico. Occorre avere pazienza, disponibilità, competenza. Da giovane seguivo gli infermieri più anziani, cercavo di captare tutti i trucchi del mestieri e di farli miei, perché il saper prendere una vena non si impara dai libri, ma fattivamente dal braccio del paziente”.

    Chiediamo a Franco se rifarebbe tutto quello che ha fatto, e come vede adesso, da esterno, l’universo sanità.

    “Non cambierei una virgola alla mia storia professionale. Sicuramente avrò compiuto degli errori, ma non mortali, e questo ci sta in quarantatrè anni di lavoro. E’ il momento di staccare la spina e raccogliere i frutti del mio impegno. La sanità come la vedo? E’ malata, basti solo pensare alle lunghe liste d’attesa che ci sono nel pubblico per un semplice esame del sangue. Purtroppo molta gente non può permettersi di andare nelle strutture private, e questo non è giusto, crea una disparità e non garantisce uguali diritti a tutti.”

    Adesso Franco vorrebbe solo serenità e salute, perchè dal 2 Luglio all’anagrafe risulta “pensionato”, ma lui ci assicura che terminato questo periodo di “lunghe ferie” , sicuramente non resterà a casa a guardare le partite in televisione.

    E’ una storia di ordinaria normalità, dove fa sempre bene mettere in evidenza il buono che esiste all’interno degli ospedali, dove nonostante tutto, nonostante affronti, offese ed usurpazioni si continua a compiere il proprio dovere, in nome del famoso giuramento di Ippocrate.

    Francesca Pecora

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