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Scalea, un parco intitolato ad un sogno

Questa storia che riporta indietro nel tempo, al 1971, fa un po’ tenerezza ed ha il sapore della genuinità nello sport

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    Abituati a sentir parlare di calcio, oggi, più per errori arbitrali, presunti inciuci e per gli scandalosi compensi a giocatori e allenatori, questa storia che riporta indietro nel tempo, al 1971, fa un po’ tenerezza e ha il sapore della genuinità nello sport.

    Ecco perché il comune di Scalea, a distanza di 46 anni, ha intenzione di onorare i campioni d’Italia juniores dilettanti intitolando loro una parte dell’attuale Villa Kennedy. Manca solo l’imprimatur prefettizio alla richiesta della prescritta autorizzazione, presto potrebbe essere postata la targa (“Parco dei Campioni d’ltalia juniores 1971”). Il calcio a Scalea si gioca da più di un secolo.

    Nel 1912 venne fondato il Brutium Football Club, divenuto poi Pro Scalea e dalle compagini scaleote hanno spiccato il volo verso la serie A diversi calciatori, Cardillo (negli anni sessanta al Torino) e poi, negli anni settanta, Longobucco (Juventus), Bagnato (Fiorentina), Latorre (Bari) e altri. Ma l’impresa di quei baldi giovani che affrontarono le finali nazionali negli stadi di Ladispoli e dintorni è stata davvero epica.

    Vinto il titolo regionale (“Si andava col pullman a Catanzaro o a Gioia Tauro, ognuno di noi si portava il panino da casa e pagava la quota per il viaggio”, ricorda Antonio Forestieri, oggi biologo, all’epoca studente liceale), si dovette affrontare il torneo nazionale ad eliminazione diretta.

    “Eravamo l’unica squadra che non disponeva di una divisa ufficiale, il presidente ci comprò delle magliette dello stesso colore, soggiornavamo in un albergo non di lusso” – ricorda Pasquale Scarfone, che oggi esercita la professione di medico – “tutti ci davano per spacciati, eliminati al primo turno”.

    E invece, i baldi giovani affrontarono prima la Caratese (campione della Lombardia), battendola 1-0 e qualificandosi per i quarti di finale dove incontrò, superandolo sul campo di Bracciano, il Portorecanati (Marche).

    E così, quei “quattro disperati calabresi” arrivarono in semifinale, contro tutti i pronostici: c’era da affrontare una squadra romagnola, la Superga 63, considerata, assieme alla rappresentativa friulana, quella più accreditata per l’aggiudicazione del titolo.

    Ma i ragazzi di Scalea fecero mangiare quattro piadine ai romagnoli, battendoli 4-1 e raggiungendo un’insperata (alla vigilia) finale. Era un sogno, per quei ragazzi, ma per tutta la cittadina tirrenica, che all’epoca aveva frammentarie notizie al telefono (fisso, quello di un bar) di questo torneo. Il 20 giugno 1971, allo stadio Marescotti di Ladispoli, la finale contro la temuta Sangiorgina, rappresentante del Friuli-Venezia Giulia.

    Ci fossero stati gli allibratori, la squadra di Scalea sarebbe stata quotata almeno 1:100, ma a quell’epoca il business del calcio, anche a livello professionistico, non era arrivato a tanto. La squadra calabrese, neppure abituata ai riflettori (si giocava alle 21:30), si convince che può tenere testa ai friulani.

    Dalla Calabria, con pullman, auto e treni, erano arrivate centinaia di sostenitori, convinti che disputare una finale era comunque un bel traguardo. E invece, al termine di una partita equilibrata terminata in parità, arrivò il titolo, ai rigori, sudato ma strameritato e con quel pizzico di fortuna che spesso aiuta gli audaci e gli “incoscienti”.

    “Noi ci abbiamo creduto, dopo la prima partita abbiamo pensato di poter andare avanti, gli altri non avevano nulla più di noi” – ricorda Guglielmo Sciannimanica, centravanti di quella squadra – “abbiamo sconfitto l’emozione e siamo stati ben guidati da Peppino Valente, un allenatore giovane come noi”. Chi erano i moschettieri del ’71?

    E’ giusto ricordarlo: Amerigo Posteraro, Salvatore Caroprese, Bruno Fimmanò, Pasquale Scarfone, Gilberto D’Esposito, Alfonso Manco, Angelo Fugazzotto, Antonio Greto, Guglielmo e Franco Sciannimanica, Franco De Pasquale, Claudio Forestieri, Antonio Bloise, Mario Scaglione e Pasquale Noschese. Si sono ritrovati 40 anni dopo (vedi foto) e ora sperano di indossare di nuovo maglia e pantaloncini dopo mezzo secolo.

    Letterio Licordari

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