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Violenza sulle donne. Adriana e Roberto, storia di un legame ‘seppellito’ dalle botte

Ora lui è stato condannato...finalmente dopo la denuncia un po' di serenità

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    di Carmine Calabrese

    Una vita d’inferno. Una discesa nell’inferno. Della paura, del terrore, della violenza. Fisica e psicologica. Questa è la storia di quello che doveva essere un amore, un amore come tanti. Un legame, “finito” nella morsa del possesso, “naufragato” nel vortice della gelosia, “sfinito” da incomprensioni e ricatti, “consumato” dal dolore e dal distacco. Di questa unione, benedetta dal Signore in una chiesa del centro cittadino, alcuni anni fa, non è rimasto nulla.

    Ricordi, fotografie, speranze, promesse, progetti, sogni, sono stati spazzati via da un uragano di violenza e terrore che s’è abbattuto su Adriana (il nome è di fantasia, ndr) travolgendole la vita affettiva e familiare e tutte le sue certezze. Di donna, di mamma, di complice. L’unica traccia che resta di questo brandello d’amore, è un verdetto del Tribunale di Cosenza. Un verdetto di colpevolezza che ha “inchiodato” Roberto (altro nome di fantasia, ndr) “punito” dalla giustizia con un anno e tre mesi di carcere e condannato anche al pagamento di un risarcimento, più morale che economico, di 3mila euro, alla parte civile. Quindici mesi di colpevolezza, quindici mesi per frenare il suo impeto “manesco”, quindici mesi per spegnere quell’aggressività violenta e possessiva.

    Quell’aggressività che ha “spento” la passione, l’amore, la complicità e anche Adriana. Lei, in quell’amore c’ha creduto davvero, c’ha investito tempo e sentimenti, c’ha messo impegno e convinzione, affinché tutto andasse a meraviglia. Adriana, brillante quarantenne in carriera, nel ruolo di madre, di moglie e di complice affettiva, si sentiva a suo agio. Le soddisfazioni di mamma (di due splendidi bambini, ndr) e le gratificazioni di moglie, l’avevano convinta anche a rinunciare alla carriera. Adriana, aveva detto basta ai viaggi, alle promozioni, ai meeting. Molto più “redditizio” godersi gli abbracci, le carezze, i sorrisi, gli sguardi dei suoi figli. Ma, è proprio in questo periodo di piena realizzazione umana ed interiore che Adriana si ritrova, sola ed impaurita, a fare i conti con un demone. Assetato di sangue, affamato di violenza, sballato di possesso: suo marito. Roberto, infatti, si sentiva “tradito”. Sua moglie, la sua metà, la sua scelta di vita, lo stava trascurando. Gli preferiva i figli. Lui, ferito nell’orgoglio maschile e vinto nell’indole da “macho”, questo “sgarro”, affettivo e sentimentale, non riusciva proprio a perdonarlo. Uno “sgarro” che, andava “lavato” con il sangue, “punito” con il terrore, “cancellato” con la violenza. Giorno dopo giorno, Adriana ha fatto un passo verso l’inferno. Fino a cadere in un precipizio. Un buco nero che è diventata la sua casa, la “tomba” del suo amore, la “lapide” della sua serenità. Sì, perché per Adriana erano botte. Botte pesanti, botte che le hanno lasciato i segni addosso. Ma, le ferite più dolorose e sanguinanti, sono quelle che ha nell’anima. Ci vorrà tempo, pazienza e un nuovo inizio, affinché guariscano, cicatrizzandosi. Adriana e le botte erano diventate coinquiline. E, anche quando Roberto, venne sbattuto fuori casa, lui trovava sempre il modo e l’occasione per rientrare in casa.

    E, ricominciare a “suonarle” ad Adriana, prima e dopo averla scaraventata sul letto, per possederla, per strapparle di dosso anche l’ultimo brandello di resistenza e di femminilità. Roberto, infatti, non perdeva occasione per scaricare la sua frustrazione “machista” sul viso, sul corpo di Adriana. Lei, un po’ per timore di quei frettolosi “te l’avevo detto”, ma anche per vergogna degli altri, ha scelto di restarsene in silenzio. Ha scelto di “consegnarsi” alla ferocia di Roberto. Ha scelto di “immolarsi” come una martire. Adriana , sopportava tutto in silenzio. Le “federe” bagnate di lacrime erano le uniche “amiche” con cui si confidava. Le carezze dei suoi bambini, erano gli unici antidolorifici e anestetici che le lenivano le ferite.

    Le pennellate di mascara e le ripassate di correttore, nascondevano i segni di quelle “manate”, unte di cattiveria. Una sera, però, l’ennesima scarica di sberle, incassate in silenzio davanti agli occhi sbalorditi dei figli, le hanno dato forza, le hanno riacceso il coraggio, le hanno scatenato un rigurgito di ribellione. E, ha scelto di parlare, raccontando tutto. Prima ai suoi familiari, poi agli amici e anche alle forze dell’ordine. Adriana, “protetta” dal coraggio dei suoi bambini, ha mostrato cicatrici e ferite, ha mostrato le unghie, ha “disseppellito” dai cassetti, chiusi a doppia mandata, i referti delle violenze. Adriana ha deciso di riprendersi la sua vita, ha scelto di ricominciare da se stessa.

    Adriana, dopo la denuncia, s’è liberata da un incubo e di un peso. Adriana, ha ricominciato a vivere. Con l’aiuto dei familiari, con il sostegno delle amiche, con le carezze dei figli e con l’assistenza di una psicoterapeuta, la 40enne sta annodando i fili di un nuovo inizio. Da cui ripartire. Adriana ora ha un certezza in più: la condanna di Roberto. Ora ha un sogno, sorridere. Alla vita e alla serenità.

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