Omicidio Lanzino, la verità ‘raccontata’ su un vetrino

Trent'anni senza Roberta e senza giustizia. E la sua storia diventerà un film

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    Tre vite distrutte, altrettanti destini cancellati. E, poi depistaggi, bugie, sviste, errori. Che, hanno “sbeffeggiato” la giustizia, che hanno “insultato” la verità, che hanno “macchiato” la memoria. Ma, per fortuna, il ricordo di Roberta Lanzino, è ancora vivo. E, la sua storia, così come la sua fine, tragica e violenta, ancora fanno rabbrividire. Di rabbia, di vergogna, di stupore. Roberta, vive. E, vivrà per sempre. Vive nelle strade che le sono state intitolate, vive nei centri antiviolenza che sono stati fondati per lei, vive nella forza di tutte le donne che combattono, lottano, proteggono, difendono, sorreggono, ascoltano, accarezzano, accudiscono e sostengono altre donne. Tante altre Roberta, sparse ovunque. Tante altre Roberta, che “invocano” giustizia, che “pretendono” verità. Roberta vivrà anche in una pellicola. Roberta diventerà un film. Si chiamerà “Due destini” e sarà diretto dal regista Giulio Ancora.

    Ancora, pugliese di nascita e calabrese d’adozione, inizierà le riprese del film nel 2019. Il film, verrà girato nei luoghi che sono diventati la “tomba” di Roberta. Sul fronte delle indagini, intanto, la scienza strizza l’occhio alla verità? Nonostante siano passati 30 anni, sull’efferato omicidio di Roberta Lanzino, non è ancora stata scritta la parola fine. La fine di una storia crudele. La storia di un omicidio brutale. Un omicidio che, a 30 anni di distanza, fa ancora rabbrividire. Roberta Lanzino, all’epoca della sua tragica fine, era una spensierata ragazza di diciotto anni, piena di sogni e di desideri. Una ragazza con il sorriso stampato addosso. Una ragazza che, per colpa di soggetti non ancora identificati, non c’è più. Ma, il suo ricordo, resta vivo nella memoria di chi l’ha conosciuta, “respira” nella speranza di chi, a cominciare da sua madre e suo padre, aspetta di conoscere il nome e il volto di chi ha spezzato, per sempre, la vita di Roberta.

    La Lanzino, non è stata solo uccisa, è stata violentata, brutalizzata, finita, sfinita, annientata. Nel corpo e nell’anima. E, abbandonata. Lungo quella strada maledetta di Falconara Albanese. Le tante indagini e le altrettante inchieste giudiziarie che, nel corso di questi anni, hanno provato a raccontare la trama di questa storia, sono servite a nulla. Se, non a far aumentare i decibel del dolore, se non a far impennare la soglia della disperazione, se non a far deflagrare un senso di impotenza e di rabbia che una morte, atroce come quella di Roberta, porta dietro e dentro. In questa storia, ci sono stati tanti presunti “mostri”: i Frangella, prima, i Sansone, dopo. E, tante altre figure che, alla fine hanno lasciato i processi, con l’etichetta di innocenti.

    Da ogni ipotesi accusatoria. Con un verdetto di assoluta estraneità dai fatti d’accusa. Matilde e Franco Lanzino, seppur disorientati, storditi e “illusi” da tutte queste inchieste giudiziarie, non hanno mai perso la speranza di conoscere la verità sull’omicidio della loro Roberta. Dicevamo che la scienza potrebbe strizzare l’occhio alla verità. Una verità, ancora indecifrabile, “scritta” su un vetrino. E’ stato, infatti, quasi tre anni fa, isolato dai carabinieri dei Ris di Messina, un profilo genetico che, però, ancora ad oggi, non è stato possibile associare a nessuno. E’ un profilo genetico, ignoto. Come ignoto è il nome e il volto di chi ha ucciso Roberto. Il papà e la mamma di Roberta Lanzino, sperano sempre che quell’essei (soggetto ignoto), possa avere, finalmente, una precisa identità. Trovarlo, significherebbe, non solo trovare l’assassino di Roberta ma, anche, darle finalmente giustizia. Una giustizia che, a distanza di trent’anni, reclama ancora verità.

    Carmine Calabrese

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