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Cosenza. Tredicenne violentata, il racconto di Giada scricchiola

Emerse diverse contraddizioni nella testimonianza dell’amico 17enne

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    COSENZA – Contraddizioni e sospetti. C’è qualcosa che non torna nella trama della storia di Giada, la 13enne violentata da un pregiudicato 41enne nella sua “tana” di Vaglio Lise. C’è qualcosa che, con il passare dei giorni, comincia a non convincere più gli inquirenti. Quello che non convince, sono le contraddizioni, forse omissioni, forse anche dimenticanze, che stanno venendo fuori dal confronto dei racconti, forniti dalla vittima e dal suo amico 17enne. Giada, per come raccontato in denuncia, ribadito ai medici e riconfermato davanti ai carabinieri, sarebbe finita tra le mani libidinose” del 41enne, dopo essere stata a lungo “toccata” con insistenti sguardi e “sporcata” con pesanti apprezzamenti. Il suo amico, invece, ascoltato separatamente dagli inquirenti, avrebbe raccontato un’altra storia. Una storia che non parla di un rapporto completo, una storia che, un po’ minimizza la raccapricciante ipotesi di una violenza sessuale ripetuta, ma, che sottolinea una serie di ammiccamenti, di palpeggiamenti, di tentativi di consumare un rapporto. Ma che, evidenzia anche altro: la 13enne e il suo fidanzatino, conoscevano il 41enne. Lo avevano già visto, lo avevano già incontrato. Addirittura, da quello che sarebbe emerso dalla testimonianza del 17enne, in quell’alloggio di fortuna, ricavato nella penombra della vecchia area parcheggi della stazione ferroviaria di Vaglio Lise, Giada e lui, c’erano già stati. C’erano andati, già altre volte. Forse per curiosità, forse spinti dall’incoscienza, o forse costretti da quel 41enne a seguirlo in quel pezzo d’inferno cittadino, protetto dal buio, dal cemento, dall’abbandono e dall’indifferenza generale. Il 17enne, con il suo racconto, lascia la sua amica a sbrigarsela da sola in quella “giungla” di disperazione, di contraddizioni e, forse, anche di bugie. Giada, infatti, aveva ripetuto di essere stata violentata, posseduta a lungo da quell’uomo che, per “possederne” l’innocenza, aveva usato anche un profilattico, gettato, aveva detto la 13enne, poi in un tombino. Ma, dentro quel tombino, gli inquirenti non hanno trovato nulla. Se non sporcizia. Anche per questo motivo, probabilmente, il pregiudicato 41enne, arrestato alcune ore dopo la presunta violenza, non è finito in manette con l’accusa di abuso sessuale. Ma, solo di sequestro di persona e rapina. Rapina per quelle cinque euro, sottratte con la forza a Giada. Ora, la 13enne, si sente sola. Quell’unica mano amica, quell’unico sguardo di solidarietà, quell’unica presenza certa, le sembra distante, lontana. Giada è intrappolata in un labirinto di paure e terrore. Ma, anche, di contraddizioni, bugie e sospetti.

    Carmine Calabrese

     

     

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