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Michele e quella ‘stampella’ d’amore

Una grave patologia neuro degenerativa gli immobilizza gli arti. Ma, lui non molla: "Farlo, sarebbe da vigliacchi. Questo sgarbo alla vita, non lo posso fare"

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    L’amore, può tutto. Anche salvare dal dolore; anche proteggere dalla paura, anche disinfettare le ferite interiori; anche riempire i vuoti esistenziali. E, anche, curare il presente, affinché “contaminato” dal passato, non finisca per “infettare” il futuro. Ed è così che, curandosi d’amore e curandosi con e per amore, Michele, 53 anni, una vita agiata alle spalle, una (ex) famiglia solida, fatta da una moglie e due figli, che, ha determinato e contribuito ala sua crescita, umana e professionale, è riuscito a non rimanere intrappolato nelle “sabbie mobili” della disperazione. La storia di Michele, è simile a tante altre e come tante altre, è una storia che segna e che insegna. Una storia che commuove e fa riflettere. Una storia che, diventa un inno alla vita, un invito alla “rinascita”. Soprattutto quella interiore, soprattutto quella che trova un appiglio nella volontà di farcela, per impedire ai nervi, al corpo, al cuore e alla testa, di mollare. Mollare, spesso, sarebbe davvero facile. Ma, mollare – come va ripetendo Michele – è anche “il modo più vigliacco per fare uno sgarbo alla vita. E, la vita, essendo sacra, preziosa, accecante e piena di meraviglia, come una bella donna, uno sgarbo del genere, davvero, non se lo merita”. La storia di Michele, affermato professionista cosentino, inizia nel 2015. Era ottobre, esattamente il 22. Fuori, l’atmosfera era quella tipica d’autunno, quella che, spesso, tra folate improvvise di vento freddo e scroscianti rovesci temporaleschi, disorienta l’anima, ripercuotendosi anche sull’umore. Già, l’umore. Quello di Michele, quel giorno era nero. Sì, nero. Perché, quando Michele provò a scendere giù dal letto, si rese conto che le sue gambe, sembravano staccate dal resto del suo corpo. Erano, ferme e immobili sul letto. Michele, tirò un urlo. Uno di quelli a squarciagola, uno di quelli che mettono paura. In quell’urlo, c’era più paura e rabbia. C’era disperazione e sconforto. I familiari, contattarono immediatamente la centrale operativa del 118. Michele, venne trasportato in ospedale. Sottoposto a lunghe visite neurologiche, ad un’infinità di esami specialistici, venne anche ascoltato da uno psicologo e, infine, da un ortopedico. Ogni medico, esami specialistici in mano, emise la sua diagnosi. “Stia tranquillo – si sentì ripetere, con insistenza dall’ortopedico– sono le anche. Con una cura appropriata e un ciclo di fisioterapia, si risolve”. “No – il suo – gli disse qualcuno più tardi – è un problema neurologico. Forse è solo stress, forse ha bisogno di riposo e relax”. Per giorni, settimane e mesi, Michele è stato l’ospite “sgradito” tra le corsie dell’Annunziata. Michele, a quel punto, ha cominciato a sentirsi un “peso”. Così lo facevano sentire i medici, così lo facevano sentire i suoi stessi familiari. Sì, perché per tutti, Michele era solo un uomo stressato, pieno di complessi e di paure, ostaggio della sua ipocondria e imprigionato dentro un labirinto mentale di malattie … immaginarie. Come un novello Moliére. Queste risposte e questi atteggiamenti corali, hanno finito per far credere a Michele che fosse lui lo sbagliato, che fosse lui quello più pieno di complessi che di patologie reali. Tutti contro di lui. Un peso per sua moglie che, dopo l’ennesimo litigio, decide di prendersi una pausa di riflessione. E, quando in una coppia, entra la pausa di riflessione, si sa, la fine è dietro l’angolo. Michele, così, si ritrova solo e abbandonato, da tutti. Non da suo fratello Roberto, due anni più grande. L’unico a rendersi conto che quelle di Michele, non erano “moine”, men che meno disperati tentativi per “elemosinare” attenzioni e commiserazioni, l’unico a capire che suo fratello, stava davvero soffrendo. E, la sofferenza non compresa, diventa dolore. Forse, il più acuto che esiste. Così acuto che, nessun analgesico, nessun medicinale lo risolva. Michele e Roberto, sono andati a Milano. E qui, hanno trovato risposte. Terribili. Michele non aveva malattie immaginarie. Aveva ed ha una malattia devastante, una patologia neuro degenerativa che lo immobilizza a letto, gli fa perdere la sensibilità degli arti, gli annulla i riflessi e gli mette a soqquadro la funzionalità degli organi vitali, costringendolo a lunghi periodi di ospedalizzazione e di sofferenze. Una diagnosi medica che assomigliava tanto ad una sentenza di condanna. Inappellabile. Terapie del dolore, massaggi, terapie farmacologiche pesantissime. Michele si è sottoposto e si sottopone ancora a tutto. Lui, con l’aiuto di suo fratello, con il sostegno degli amici di sempre, con la vicinanza della scrittura, con la passione per la musica, per il cinema, ha deciso di sfidare il “mostro”, non arrendendosi a lui. “Lotterò – ripete a tutti, abbozzando la spontaneità di un sorriso convinto, così vero e radioso che mette quasi in imbarazzo -, se il “mostro” pensa di ingoiarmi e deglutirmi in fretta, c’ha capito ben poco. Anche la morte, si deve rassegnare: io e la mia volontà, non siamo ancora pronti”. La vita di Michele, è cambiata. Le fotografie che “abitano” la sua casa, raccontano un Michele che, non c’è più nel fisico ma, c’è nell’anima. Un Michele, granitico, forte, coraggioso e determinato. Intenzionato a vivere. Per amore. Di se stesso. Per un atto di attaccamento speranza, che lo tiene in vita. Come quella “stampella” d’amore che, lo mantiene in equilibrio.

    Carmine Calabrese

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