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‘Caino può avere il volto del mafioso’

Don Marcello Cozzi, coordinatore del servizio antiusura di Libera, racconta la storia di sei pentiti

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    Caino può avere anche il volto del mafioso. E don Marcello Cozzi lo ha incontrato e ascoltato. Sei storie di sei testimoni di giustizia, che fanno i conti con la propria coscienza, prima ancora che con la Legge. Il sacerdote antiracket, ex vicepresidente nazionale di Libera, ora coordinatore del servizio antiusura, ha raccontato questa sua esperienza umanamente forte a Tortora, dove ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “Ho incontrato Caino…”.

    Dopo i saluti del sindaco Pasquale Lamboglia e dell’assessora alla Cultura Annamaria Olivo, i presenti sono stati condotti al cuore dell’incontro dall’intervento di Gerardo Melchionda, Libera Basilicata, il quale ha svolto una dettagliata e sentita presentazione del libro, definendolo un racconto di tormenti di vita in fuga e soffermandosi sui difficili concetti di libertà, pentimento, perdono, giustizia. La sua posizione laica, se non atea, si è addentrata nei meandri del cuore e della mente umani, scandagliandone le profondità in cui si annidano la tensione morale e gli istinti del male. Cosa fa sì che si diventi Caino piuttosto che Abele? Il discorso, quindi, è passato a un piano politico-economico, chiamando in causa tutti, nessuno escluso, perchè le responsabilità sono sempre anche collettive, mai soltanto individuali. Gli spunti molteplici lanciati da Melchionda sono stati consegnati dalla giornalista Valentina Bruno a don Marcello Cozzi, che ha fatto un intervento lungo, profondo, lucidissimo e onesto del fenomeno mafioso e della sua esperienza personale al fianco dei sei testimoni di giustizia. Cozzi ha esordito affermando che il suo non è un libro sul perdono o sulle mafie, non è un’inchiesta giornalistica o un’analisi sociologica. Paradossalmente non è neanche un libro, perchè non l’ha pensato mai come tale. È un contenitore di storie, uno strumento per veicolare un messaggio. E’ un fermo immagine di un tormento: si descrivono persone, che hanno fatto piangere persone, che hanno versato sangue, sono state artefici del male, accompagnate da don Marcello orami da anni, la cui storia si ricollega alla storia dell’Italia recente, ancora da chiarire per molti aspetti.

    Può essere anche un libro scomodo. Esso dà l’imprimatur all’idea che l’antimafia sia cosa nostra e non vada delegata a persone eccezionali. “Continuiamo a crearci eroi. Abbiamo bisogno di modelli, di testimoni. Io ho paura degli eroi e dei santi, perchè significa ammettere che le persone normali non possano cambiare le cose. Don Pino Puglisi serviva da vivo, non da morto. Creare questa nuova mitologia vuol dire alleggerire noi dalle responsabilità e dal peso dell’inettitudine. E, se esistono eroi, dall’altro lato esistono i mostri. Io voglio provare a dimostrare che questi uomini non sono mostri”, parole forti quelle di don Marcello, che ha proseguito citando quelle di don Tonino Bello ai funerali del sindaco di Molfetta: “Pensate che i suoi uccisori siano dei mostri? No, sono dei nostri. I loro figli sono a scuola con i nostri figli. Noi prendiamo insieme con loro il caffè”. L’approccio di don Marcello, quindi, è laico: nessuna predica, nessun moralismo, né sconto di pena. Nell’ammettere che i pentiti incontrati si sono macchiati di crimini efferati, ha però provato a farci capire che bisogna accostarvisi senza pregiudizi, saperli ascoltare, raccogliere il loro tormento e, mentre la giustizia umana fa il suo corso, attendere che il loro percorso interiore trovi serenità insieme con quello dei familiari delle vittime. Carnefici e vittime riusciranno a ritrovarsi, infatti, solo quando perdono e giustizia si accorderanno.

    Tania Paolino

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