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CRONACA

Il volontariato entra in corsia

Spesso sorrisi e carezze fanno più bene delle medicine
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Giovedì 19 Luglio 2018 - 13:57
Quando i sorrisi e le carezze diventano … terapia. Per guarire gli affanni del corpo e i malanni dell’anima. Quando si pensa all’ospedale, la prima considerazione che salta in testa è associare l’idea del nosocomio, di qualunque nosocomio, ad un luogo triste. Dove la malattia, la disperazione, la preoccupazione, la paura e, spesso, quel senso di incertezza che diventa sinonimo di angoscia, la fanno da padrone. Ma, per fortuna, c’è anche un’altra faccia dell’ospedale. Quella molto più umana, quella, molto, più rassicurante, quella fatta di uomini e donne in camice. E, poco importa, se sia una “divisa” da medico o una “tenuta” da infermiere o anche una "casacca" da ausiliario. Così come poco importa, se quei sorrisi e quelle carezze vengano o provengano da quella lunga sfilza di persone di ogni età, di ogni condizione sociale, di ogni professione, di ogni cultura che decidono di dedicare il loro tempo, regalandolo nelle corsie di un ospedale. Il mondo del volontariato è, da sempre, pieno di belle storie. Raccontate e scritte da altrettante persone straordinarie che, per indole, per vocazione, per questioni di dna o, più semplicemente, perché, come spesso succede, il buon Dio, per chi ha tanta fede, così come il destino, per chi più alla forza della fede e della preghiera, si affida alle scelte del caso, pensa che il Signore faccia incontrare, di colpo, le persone. Perchè si prendano cura di chi è in difficoltà, perché diventino “angeli custodi”, perché, in fondo, “nessuno, davvero nessuno, alla fine si salva da solo”. L’ospedale dell’Annunziata, spesso fa notizia per questioni relative a casi, presunti o reali, di malasanità, scordandosi di tutti quegli “scoop” di eccellenza interna ed esterna che meriterebbero la copertina. Penso ai ragazzi, alle ragazze e alle persone, anche in avanti con l’età, che entrano nelle corsie dell’ospedale e portano la vita dentro. Lo fanno, a volte, mimetizzandosi dietro un finto naso rosso, quasi a voler fare un dispetto alla tristezza, quasi a voler far ridere di gusto la speranza. Quella che cerca di mantenere viva la sua energia contagiosa, colorando le stanze e i corridoi del reparto di Pediatria. Penso a questo grande esercito che entra in corsia e distribuisce i sorrisi che ha nelle tasche, come se fossero coriandoli durante una festa di carnevale o, più teneramente, come se fosse polvere di stelle che fa volare, che fa guarire, che fa dimenticare. Gli affanni, i malanni e le paure. Sì, perché, alla fine i sorrisi e le carezze guariscono, più delle medicine. E, anche un ciao, accompagnato da un come stai?, se detto al momento giusto, alla persona giusta, può diventare benefico. Meglio di un farmaco. Prendersi cura degli altri, non è solo un modo di impiegare il tempo, non è solo un modo per rendersi utile, spesso, è il miglior esempio di cosa vuol dire mettersi a disposizione di un altro. E scegliersi. Per scoprirsi meno soli, meno fragili.



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