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CRONACA

Giada, tra le bambole e le carezze cerca la sua serenità

La 13enne violentata, ascoltata a lungo da inquirenti e psicologi. Rivissuto il suo viaggio all'inferno

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Martedì 11 Settembre 2018 - 16:0

All’inferno e ritorno. Il caso di Giada (nome di fantasia, ndc) la ragazzina di 13 anni, aggredita sessualmente da un pregiudicato 41enne, poi finito in manette, è ancora al vaglio degli inquirenti. I carabinieri, infatti, stanno cercando di mettere insieme tutti i pezzi, ancora sparpagliati, di questo squallido fatto di cronaca. Gli inquirenti sono al lavoro, un lavoro scrupoloso, certosino, infinito. Ma, lo stesso, stanno facendo anche l’equipe di psicologi e di psicoterapeuti che, amorevolmente, si stanno prendendo cura di Giada. La tredicenne, ancora in forte stato di shock, ha ancora paura. Una paura che, la tiene bloccata sul letto della sua cameretta, circondata dall’affetto di mamma e papà e “protetta” da tutti i suoi peluche e le sue bambole. Giada, non riesce a dormire. Resta sveglia per ore. Ha paura di chiudere gli occhi, ha paura del buio. Sente ancora sul corpo, lacerato da tante ferite, soprattutto interiori, le mani “untate” di libidine e il peso di quell’uomo, “puzzolente” di perversione. Anche ieri, per Giada è stata un’altra giornata difficile. Un’altra giornata di domande, di ricordi. Un’altra giornata, nella quale è stata costretta a rivivere l’incubo. Quell’incubo, iniziato su un pullman di linea, proseguito nel buio di un tugurio sotterraneo e terminato nella confusione del Pronto soccorso dell’Annunziata. Giada, così come il suo fidanzatino, 17enne, costretto da quell’uomo, prima ad assister

e al “divertimento” dell’orco e poi finito anche lui per diventare vittima della sua malvagità, della sua cattiveria, si fanno coraggio a vicenda. Si tengono per mano, si abbracciano, si accarezzano e, poi, scoppiano in lacrime. Un pianto, dirotto, infinito. Un pianto, lo definiscono gli specialisti, quasi necessario, con finalità terapeutiche. Un modo naturale per far “esondare” dal corpo, tutto il dolore. Giada, anche ieri, come dicevamo, ha risposto, nuovamente, alle incalzanti domande di medici ed inquirenti. La tredicenne, è idealmente risalita su quel pullman, rivedendo quello sguardo del 41enne. Quello sguardo che, fino alla fermata del pullman, l’ha spogliata con gli occhi, l’ha “toccata” con i pensieri, l’ha molestata con l’insistenza. Poi, giunta al capolinea, Giada e il suo fidanzatino, sono stati costretti a seguire quell’uomo, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine. Lui, sorvegliato speciale, è un “demone” senza fissa dimora. Uno con alle spalle un passato complicato, uno abituato a vivere alla giornata.

Uno che divide un pezzo di “inferno” cittadino (i sotterranei della stazione ferroviaria di Vaglio Lise, ndc) con altri “demoni”, in fuga dal mondo, da se stessi e, chissà da quanto, in rotta di collisione con la vita, con gli affetti, con gli altri. Lui, 41enne, dedito all’alcol, forse già su quel pullman aveva scelto come passare la sua giornata. Come impiegare il suo tempo. Come soddisfare le sue voglie. Giada, rivivendo quel lunghissimo momento di terrore e paura, tra le lacrime e i singhiozzi, ha raccontato di essere stata afferrata per un braccio e costretta a scendere nelle viscere dell’inferno. Qui, nel buio di quell’alloggio di fortuna, è stata gettata su un giaciglio, polveroso e puzzolente e palpata. Palpata a lungo. Poi, costretta a spogliarsi, a bere e a “offrirsi” a quell’uomo. Indemoniato, accecato di perversione e ubriaco di libidine. Giada ha trovato riparo, rifugio, conforto, protezione stringendo le braccia di quel suo fidanzatino che, l’ha salvata. Strappandola, per mano dei carabinieri, ad un incubo che, poteva concludersi con un finale ancora più drammatico. Secondo gli esperti, solo così Giada riuscirà a metabolizzare questo suo dramma personale. Solo così, riuscirà a costruire, interiormente, una diga, per non farsi travolgere da nuove onde anomali della paura. Solo così, con calma e pazienza, riuscirà a ritrovare una sua lenta normalità. Giada, per il momento, resta chiusa nella sua cameretta. Protetta dall’abbraccio dei suoi cari e dall’affetto dei suoi peluche e delle sue bambole.

Carmine Calabrese

 




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