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Calcio. Il Cosenza cade a Siracusa

Per giocatori ed allenatore serve una scossa. Una di quelle forti sia in campo che in panchina

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    Il “non gioco”, l’eccessiva riverenza verso gli avversari, l’incapacità di gestire la partita e l’assoluta inadeguatezza nel leggerla. In campo e in panchina. Senza dimenticare l’assenza di cattiveria agonistica e l’evidenza di tutti i limiti tecnico-tattici. E quella maledetta sindrome del “vorrei, ma proprio non posso”. Chi pensava che il Cosenza potesse tornare con la “pancia” piena di punti dalla Sicilia e con la classifica colorata d’orgoglio, e con la possibilità di vedere la vetta sempre più vicina, è rimasto deluso. E, non è la prima volta che questo succede. Ahimè, ahinoi. Il Cosenza di Roselli, per quanto provi a nasconderli, ha svariati problemi. Di testa, di carattere, di tecnica, di tattica e di agonismo. Limiti che, purtroppo, non sempre il cuore e la fortuna, riescono a mascherare. Limiti che mortificano la squadra, rendendola “piccola piccola”. E, brutta. Troppo, per essere vera. Questo Cosenza sembra un malato, in eterna convalescenza. Sembra un malato, a cui nessun luminare riesce a fare una diagnosi, a dare una cura e trovare una soluzione. Con tutto il rispetto per chi è affetto da problemi di salute, questa squadra, questa società e questo allenatore, più che di un medico di base o di uno specifico specialista della medicina, avrebbero bisogno di uno “strizzarcervelli”, per andare ad analizzare i suoi problemi, proprio, all’origine. Già, l’origine. Tutto nasce, sicuramente, da un mercato rafforzamento, fatto con il contagocce. Fatto, esattamente, con quel preciso ordine societario: guardare i bilanci e non sforare, neanche, di un euro il budget di base. Tutto nasce da un esodo, non saputo adeguatamente arginare dal patron Guarascio, che ha visto in pochi giorni Ciancio, Vutov, Arrigoni, Fiordilino, salire su un bus per Lecce, guidato dal diesse Meluso; poi ha visto Arrighini sfilarsi la tuta rossoblù, per indossare quella del Cittadella. E, ha visto anche La Mantia lasciare il sole del Crati per approdare nella bruma di Vercelli. Tutto nasce da qui e prosegue con alcune scelte di mercato che, se volevano essere delle scommesse, sono state miseramente sbagliate. Le chiavi del centrocampo assegnate sulla carta al biondo Capece, sono finite nelle mani di Ranieri, pescato nella palestra giovanile dell’Atalanta, ma non pienamente in grado, solo per una questione puramente anagrafica, di diventare un leader di manovra. Anche Caccetta, ritornato in pianta stabile nell’undici titolare e con i gradi di capitano, non riesce a diventare un trascinatore per i suoi compagni. Filippini, Scalise, D’Anna, Baclet, Gambino, Mungo, Madrigali, per esempio, pur riconoscendogli qualche numero di classe, tanta applicazione in settimana e un buon curriculum, stanno dimostrando di non essere tutti da Cosenza e per il Cosenza. Senza dimenticare alcuni oggetti misteriosi, tipo Appiah, Meroni, Stranges, giusto per fare qualche esempio, che, a furia di scaldare panchina e accumulare minuti in tribuna, stanno cercando di capire chi li ha voluti a Cosenza e, anche, perchè. Se la società e il patron Guarascio meritano di finire sul banco degli imputati, anche il tecnico Giorgio Roselli, non è esente da specifiche colpe e precise responsabilità. Su tutte, quella di non aver alzato la voce contro il presidente ed aver preteso calciatori di altra natura. Certo gettare la croce addosso contro i calciatori in organico, è fin troppo semplice e prevedibile. Anzi, per alcuni aspetti, è anche vigliacco. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Il Cosenza visto a Siracusa è quello che ha fatto grande l’Andria, si è consegnato alla Juve Stabia, ha fatto harakiri contro la Casertana e ha fatto danni giganteschi a Matera. Senza dimenticare le figuracce, sul piano del gioco, rimediate a Reggio Calabria e in altre gare dov’è stato assolutamente inguardabile. Analizzando il finora balbettante cammino dei Lupi, se si escludono la “prima” di Catanzaro, la gara interna contro il Melfi, il primo tempo contro la Vibonese, la partita vinta a fatica contro la Paganese e i tre punti presi al Monopoli, questa squadra avrebbe fatto fatica anche a passare il turno in un torneo amatoriale o in una competizione “parrocchiana”. Per fortuna di Roselli, il Cosenza, pur sconfitto di misura in terra aretusea, mantiene la quinta poltrona e non si scompone più di tanto. Ma se i tifosi e noi giornalisti, potevamo tirare un bel sospiro di sollievo dopo il pari di Lecce e dopo i punti al Marulla contro il Monopoli, questa domenica c’è davvero ben poco da sorridere e il fegato ne sta risentendo. E, anche parecchio. Cosa fare, allora? E’ fin troppo evidente che questa squadra ha bisogno di una scossa. Ma, forte. Una scossa che sia mentale, una scossa che smuova l’orgoglio, una scossa che faccia sussultare tutto lo spogliatoio e faccia traballare la panchina. Già la panchina. Che tristezza, vedere, negli ultimi minuti di Siracusa-Cosenza, Roselli guardare sconsolato il campo e cercare una spiegazione logica a questa sconfitta. L’ennesima. Sul piano del gioco, sul piano del risultato, sul profilo dell’agonismo e dell’orgoglio. Certo, pretendere che uno come il trainer silano, con 59 primavere alle spalle e con oltre 40 anni di carriera tra campo e panchina, cambi, di colpo, il suo modo di vivere, vedere e leggere le partite è praticamente impossibile. Sul piano delle probabilità, sarebbe molto più fattibile veder realizzarsi un miracolo. Di fede, non pallonara. Il mese che sta per iniziare sarà quello della verità. Non foss’altro per l’atteso derby di ritorno con gli eterni rivali di sempre: i giallorossi. Dirà anche e soprattutto di cosa ha bisogno questa squadra. Bisogno di calciatori, necessità di uomini, urgenza di combattenti. Bisogno di acquisti veri e concreti. Da non fare, però, né al mercato dell’usato, né tra gli “scaffali” dei saldi.

    Carmine Calabrese

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