Quantcast

Ricordi di Volley Femminile – Le protagoniste

Stavolta tocca ad un “pezzo da 90” nella pallavolo e nella cultura, Anna Cipparrone

Più informazioni su


    3. ANNA CIPPARRONE – Il 10 nello Sport e nella Cultura

    Segno zodiacale: cancro

    Colore preferito: verde

    Musica che ascolti: tutti i generi musicali, dipende dai miei stati emotivi canzone preferita: se proprio devo scegliere, scelgo “Loosing my religion”, dei rem

    Film preferito: “Vincere insieme” (la mia cultura cinefila e’ pari a zero!!)

    Un personaggio famoso da invitare a cena: Micheal Jordan (e’ il mio
    idolo!)

    Cibo preferito: Primi piatti con il pesce, “lagana” e ceci

    Mare o montagna: per lo più mare, in ogni stagione, ma anche la montagna ha il suo fascino

    Cosa ami: il dialogo

    Cosa odi: la violenza, anche solo mentale e psicologica

    Un tuo hobby: correre

    Tre aggettivi per definirti: determinata, visionaria-sognatrice, “goccia”

    Un tuo pregio: comprendo ciò’ che le persone vivono e sentono

    Un difetto che ti riconosci: spesso pretendo che gli altri comprendano cio’ che vivo e sento io

    Tre sogni nel cassetto: giocare in nazionale (ma questo ormai è andato!), viaggiare in almeno la metà dei luoghi più belli del mondo. All’ultimo sogno ci devo pensare!

    Il tuo motto o citazione. E’ di recente acquisizione ma molto calzante: slancio vincente

    La parola che usi piu’ spesso: soluzione

    Tre caratteristiche che deve avere la tua giocatrice ideale: grinta, consapevolezza, umiltà

    Il fondamentale piu’ importante per te: il palleggio

    Il ruolo della pallavolo nella tua vita? fondamentale, ineguagliabile e indelebile

    Come e perche’ hai iniziato a giocare a pallavolo? Avevo cinque anni e guardavo “Mila e Shiro” in tv. Da lì il passo e’ stato facile.

    I tuoi maestri e i tuoi primi passi in questo mondo? I primi passi insieme ad Antonio e Annamaria Gradilone, poi ho avuto altri bravi allenatori che ricordo con piacere tra B1 e B2.

    La svolta con Francisco “Chico” Oliveira, in B1 (mi disse: «Tu hai il motore di una Ferrari ma la macchina di una 500!») e la maturità con Simone de Francesco (serie C).

    In quale ruolo hai giocato? In quale altro ruolo ti sarebbe piaciuto giocare? Nella mia carriera ho sperimentato molti ruoli, talvolta per le mie doti fisiche (a 13 anni ero la più alta e giocai centrale dal trofeo delle regioni in poi), talvolta per il mio spirito di adattamento e la voglia di mettermi in discussione in ogni ruolo. Il mio sogno è stato sempre quello di essere regista/palleggiatrice della squadra, anche a fine carriera, ma niente da fare! In ogni ruolo ha sempre prevalso il senso della disciplina, l’impegno e la dedizione per il conseguimento di un obiettivo che era mio, ma soprattutto della squadra.

    Com’eri quando scendevi sul parquet? Carica, adrenalinica… pronta a immaginare tutte le situazioni di gioco possibili in quella gara: se non avvertivo quei sussulti nel petto, sapevo che non avrei dato il massimo.

    Prima di ogni partita seguivi qualche rituale scaramantico? Uhmmm… mi pare di no!

    Com’e’ stato il tuo percorso da atleta, in quali squadre hai giocato? Dai 5 ai 12 anni ho giocato a Cosenza con i miei primi maestri, poi ho avvertito il desiderio di confrontarmi con altre realtà, perciò sono andata a Lamezia dal mister Gancarlo Grandinetti. Sono stati anni di grande passione e di notevoli sacrifici della mia famiglia: di mio padre e mio zio (entrambi non ci sono più) che ogni giorno mi accompagnavano, prima a Lamezia, poi a Catanzaro, per allenarmi. Avevo 16 anni e la mia vita trascorreva gratificante e felice, tra la scuola (nella quale non mi lasciavo mai nulla indietro dando sempre ottimi risultati, affinché lo sport non costituisse motivo di lite in famiglia), le amicizie e gli allenamenti.

    Quando feci gli esami di stato avevo studiato tutto l’anno e al termine della scuola mi trasferii a Giardini Naxos, dove ogni anno partecipavo ad un camp di volley, e tornai solo il giorno degli esami orali e me ne andai subito dopo. fui l’unica a prendere 100/100 e ne fui orgogliosa…

    Il 2000 fu l’anno della svolta, a Cosenza: avevo diciotto anni. Una squadra di assoluto livello, forse un po’ problematica da un punto di vista caratteriale. Ho poi giocato per tre stagioni rispettivamente a Spezzano Albanese (sempre in B2) e a Bisignano. Gli ultimi anni ho giocato al CUS Cosenza dove ho raggiunto la piena serenità ed autonomia pallavolistica, complice un grande allenatore tanto dal punto di vista umano quanto sportivo, Simone De Francesco, con il quale sono tutt’ora in contatto.

     

    Quando hai deciso di appendere le ginocchiere al muro, raccontaci un po’

    Nel 2005, anno in cui giocavo a Spezzano Albanese, mi ruppi definitivamente i legamenti crociati e mi operai. Fu un anno particolare nel quale la mia determinazione, la mia umiltà e soprattutto quel senso di sfida che permea ogni ambito del mio agire professionale/sportivo si erano rese assai evidenti. Quell’anno l’allenatore aveva deciso che, nonostante io fossi sempre stata titolare in B1 e B2, dovevo fargli da panchinara… ebbene! Ho ugualmente viaggiato ogni giorno da Cosenza per partecipare agli allenamenti, mi sono spesa senza risparmiarmi anche quando palesemente mi si voleva mettere da parte, finché un giorno sono entrata in una partita difficile e da allora non sono più uscita dal campo. Avevo raggiunto un livello fisico straordinario ma un giorno caddi a terra ruotando il ginocchio di 360 gradi. Non ricordo nulla… solo il dolore, la sensazione di essere caduta su un pallone che girava… poi l’operazione, poi la riabilitazione. Ciononostante andavo ogni giorno in palestra… volevo ricominciare. Giocai altri due anni, poi, al principio del 2007 vidi la mia vita scorrere su un treno davanti a me e di colpo, interruppi. E’ stato nell’agosto 2016 che, quasi per caso, mi sono trovata a giocare un torneo di beach volley e l’amore è stato ancora una volta straripante. Ho seguito i corsi di allievo allenatore e primo grado nel 2016 e 2017, da pochi giorni ho conseguito il patentino di maestro federale di beach volley, mi sono allenata qualche volta lo scorso inverno andando anche in panchina in finale playoff con Marco Mari… e la gioia è stata reale e totalizzante: il grande amore non si scorda mai!

    Non solo pallavolo nella tua vita, dacci qualche notizia

    Beh… la mia vita è divisa in due parti: quella in cui la pallavolo era protagonista insieme allo studio, e quella in cui l’arte ed i Musei sono tutt’ora protagonisti, insieme allo studio ed insieme ai valori della pallavolo e dello sport. Da quando ho smesso di giocare ho potenziato le mie esperienze formative e quindi ho frequentato la scuola di specializzazione in storia dell’arte a Pisa, poi il dottorato e nel frattempo ho vissuto esperienze importanti a Parigi, Lisbona ed in Brasile. Ho vissuto a Roma per studi specialistici sulla storia dell’arte ed ho visitato molti luoghi nei quali insistono biblioteche specializzate. Qualche volta ho frequentato squadre per allenarmi ma non c’era spazio per giocare! La mentalità che si è fatta strada dentro di me grazie alla pallavolo è rimasta invariata anche nel lavoro.

    C’e’ ancora un sogno da ex giocatrice di pallavolo che vorresti si realizzasse? Uhmmm… forse ricollocare la pallavolo nella mia vita, anche a piccole dosi, ma non abbandonarla come ho fatto per tanti anni!

    Un sogno che hai realizzato da giocatrice? Partecipare al primo raduno della Nazionale under 18 e ascoltare l’inno nazionale prima di entrare in campo.

    Un sogno che invece non sei riuscita a realizzare mentre giocavi? Andare alle Olimpiadi: lo dicevo sempre, e ci credevo pure!

    Se potessi tornare indietro nel tempo, c’e’ qualcosa che cambieresti nel tuo percorso di pallavolista? Non credo, ho seguito il mio istinto e la voglia di crescere, ho assecondato la mia passione, rispettato le regole. Sarei potuta andare a Reggio Calabria quando mi chiamò la Medinex a 13 anni, ma i miei genitori non vollero. Forse una cosa cambierei: non mi sarei dovuta fermare quando qualcuno mi disse “non mi piacciono le femmine da spogliatoio”. Avrei dovuto avere più rispetto di me, del mio vissuto e ritenere che questo essere “da spogliatoio” fosse in realtà un complimento, perché lo spirito di squadra, l’amore per lo sport e la condivisione di vittorie e sconfitte con un gruppo, sono davvero un grande patrimonio personale!

    Cosa ti manca di piu’ e di tutto della pallavolo giocata? La forza d’animo, la convinzione che non tutto sia perduto fino all’ultima palla a terra. Nella vita applico questo assunto ma c’è più tempo per avere paura, più tempo per lasciarsi andare, più tempo per lasciare che altri abbiano il sopravvento. In campo no, il ritmo serrato ti impedisce di vedere buio: devi combattere fino alla fine senza mollare mai e sei sempre animato da una voce che dice “io posso vincere”.

    C’e’ una vittoria “speciale” o una delusione piu’ cocente? Confesso una cosa: la pallavolo giocata è dentro di me un ricordo unico, non riesco più a discernere questi momenti tipo la vittoria più entusiasmante o la sconfitta più cocente, avverto di possedere un grandissimo bagaglio di esperienze che molti altri non hanno conosciuto, qui dentro di me!

    Le compagne di gioco che piu’ ti hanno segnata nell’arco della tua carriera e gli allenatori ed allenatrici? Bella domanda! Ci sarebbe da metere in fila tutti i nomi delle compagne/amiche che nella mia vita, o nel periodo in cui giocavamo insieme, hanno fatto la differenza in termini di amicizia: un ricordo unico che ho di questi 22 anni donati al volley!

    Hai mantenuto qualche contatto con le tue ex compagne di squadra?

    Beh… diciamo che Manuela Tropea, Valeria Migliori, Antonella Cataldo sono le mie migliori amiche. Con altre, assai importanti come Giusy Perrelli, Federica Cancila e Cristiana Parenzan, non sempre riusciamo a sentirci o vederci ma sappiamo di “esserci” una per l’altra. L’amicizia che nasce in un campo di pallavolo dura per sempre, anche quando non ti vedi e non ti senti per decenni.

    Qual’e’ stata l’emozione piu’ forte vissuta durante gli anni di atleta? Gli anni in cui ero atleta sono stati tutti un’emozione. Non sempre positiva, a volte predominava lo sconforto, l’insicurezza, il disagio, ma sempre più spesso vinceva la grinta, la forza d’animo, il desiderio di riscatto. Perché il bello dello sport è che ad ogni azione sbagliata puoi riscattarti con un punto. Nella vita non sempre è possibile o non sempre ti è concesso.

    Da spettatrice, segui ancora la pallavolo? No, ma conto di farlo da adesso in avanti visto che le mie figlie dopo aver tentato la ginnastica artistica (non volevo essere come quelle madri che obbligano i figli a seguire lo stesso loro percorso), hanno iniziato pallavolo.

    Cosa ti ha lasciato la pallavolo? Determinazione, grinta, capacità di analisi, cognizione di limiti e pregi, desiderio di trovare nella vita persone che sappiano vivere con me all’unisono, colmando le mie lacune, potenziando i miei pregi e ricevendo da me ciò che non riescono a esprimere soli. Ma soprattutto mi ha lasciato quell’approccio, non sempre compreso dai più, di perseguire con determinazione gli obiettivi professionali, di studio e di vita. Ma una metafora che ripeto sempre è che quando giocavo al CUS ero sicura di me e cosciente dei miei limiti: sapevo di essere una buona giocatrice, ma non brillavo in ricezione. Eppure, a differenza del passato, pur allenandomi con impegno, non avevo paura di questa lacuna perché sapevo che, qualora la palla mi avesse superato, lì… dietro di me, pronta a sopperire alla mia mancanza e ad esprimere compiutamente se stessa, c’era Valeria, amica di pallavolo e di vita.

    Cosa ne pensi di questo nuovo mondo del volley? Credimi… non sono molto addentro per cui preferisco non esprimere giudizi!

    Per quali motivi, secondo te, una giovane che si approccia per la prima volta allo sport dovrebbe scegliere la pallavolo rispetto ad altre discipline? Perché la società di oggi è molto individualista, si abbandonano facilmente i propri obiettivi, ci si lascia troppo spesso convincere che “è difficile” riuscire o che “non ne vale la pena”! La pallavolo insegna a vivere con altre persone, a confrontarsi quotidianamente, talvolta sfidandosi, ma soprattutto insegna che vale sempre la pena di credere in qualcosa e vale la pena lottare per raggiungerla lasciandosi anche entusiasmare da ciò che si incontra nel percorso!

    Cosa senti di dire alle ragazze che praticano lo sport giovanile della pallavolo?

    Non ne frequento molte, però hanno tante alternative in più rispetto ai miei tempi… non rinunciano ad uscire dal venerdi sera al giorno della partita, non rinunciano ad una festa, ad una gita scolastica e molto facilmente disertano allenamenti all’ultimo secondo. Non so se ciò dipenda dalla generazione delle allieve o degli allenatori.

     

    Più informazioni su