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L’Amanesimo di Frontera attraverso Khaos e Limite foto

Domenico Frontera, all’esordio con una pubblicazione con Emersioni per il catalogo Il volo di Esterina, propone molto più che 72 liriche. Il dialogo di Procolo Guida con l'autore.

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    Il limite del mondo si mostra quando l’uomo intraprende a parlare” intima subito quel segugio di talenti di Giuseppe Cerbino nella prefazione di Khaos e Limite, raccolta di poesie di Domenico Frontera, all’esordio con una pubblicazione con Emersioni per il catalogo Il volo di Esterina. Come approcciare dunque ad una lettura e rilettura per chi non ha né i mezzi della passione ne’ tanto meno, quello degli studi?

    D’altronde la corposa e mai invadente prefazione, scomoda Aristotele, Heidegger, Wittgenstein, Kant, Hegel, Foucault e persino Pareyson ed Ungaretti, tra altri.

    Ed allora abbiamo scelto il dialogo con l’autore, giusto per liberarci dal cappio delle certezze ed infilarci nel caos del limite delle risposte.

    Crotoneinforma: Quando e come è uscito il Frontera poeta?

    Domenico Frontera: Dal dialogo! Dunque dalle domande di sempre che l’uomo, di fronte al mistero della vita, si pone.
    E dopo anni di “incontri e scontri con la mia vita” e con tanti autori letti e studiati ho sentito l’esigenza di esprimermi perché credo che oggi, più di sempre, pensiamo di aver messo il “Limite” definitivo ad ogni domanda di senso.

    domenica frontera

     

     

     

     

     

     

     

    Crotoneinforma: dunque poesia come “mera” produzione dall’etimo greco non tanto dall’accezione successiva che prevede la produzione di composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche, o secondo altri tipi di restrizioni che, inevitabilmente, prevedono specifiche conoscenze.

    Domenico Frontera: Non credo occorra essere “sapienti” per leggere le mie poesie, se non “appassionati” per questo genere letterario che poiché si rivolge agli archetipi dell’uomo e li mette in discussione non può che essere “sentito” da tutti.

    In quanto poi alla com-prensione essa dipende da ciò che ognuno di noi ha dentro.

    La lettura, come affermava Gadamer, è sempre un dialogo fecondo tra chi scrive e chi legge.

    Una poesia è sempre una forma mai chiusa, ma aperta ad ogni interpretazione in quanto ha come interlocutore il nostro inconscio che non è solo singolo ma soprattutto collettivo e che non sbaglia mai, nel bene come nel male. La Poesia è maieutica per chi la scrive e per chi la legge.

    Crotoneinforma: Come e perché si arriva ad “Uno e un solo significato” richiamato più volte nella raccolta?

    Domenico Frontera: Ogni dogmatica certezza è sempre un pericolo per l’uomo. Annulla il pensiero critico.

    È come se fossimo nel medioevo più buio. La verità, il Dio onnipotente nel “post- post moderno” è la Tecnica, ed il paradiso promesso è la sua capacità di renderci prima o poi immortali, intanto, nel “mezzo”, assistiamo con indifferenza al degrado sociale ed ambientale …perché tanto, prima o poi, qualche “soluzione tecnica” ci salverà.

    Credo che in questa particolare epoca storica più che di risposte ci sia bisogno di domande, di tenere vivo l’eterno dialogo fra il Caos ed il Limite per sfuggire da questa nuova e disumana religione che fa delle sue certezze i nostri nuovi idoli.

    L’uomo ha dato il meglio di sé quando si è accorto di essere avvolto dal mistero, quando la natura era una parola indefinita da comprendere e non da sfruttare, quando l’Io nasceva da una esperienza comunitaria e non dalla sopraffazione.

    “Un solo significato” è il pensiero unico.

    Il totale controllo dei nostri corpi, del nostre coscienze.  La prigionia del grande fratello… Quando Yhwh disperse le lingue, nell’episodio della Torre di Babele, agì non per punire l’uomo ma per insegnargli che la vera realizzazione sta nella pluralità dei significati. Uno è razzismo, Uno è omofobia, Uno è ignoranza, è facilità di manipolare la mente. Stiamo tutti diventando o forse già lo siamo Uno.

    Spesso, questa voglia di uniformarsi è anche voglia di sfuggire alla storia, alle responsabilità. Penso a certe forme di misticismo sia occidentali che orientali… Fuggire, fuggire via dal Tutto, diventare Uno con il cosmo… non credo questa sia una soluzione umana. Noi siamo Storia, e nella storia individui che apportano, ognuno a suo modo, ognuno con le proprie tradizioni, la propria cultura, il proprio impegno o disimpegno, un contributo fondamentale.

    babele

     

     

     

    Crotoneinforma: Che forma o fase della Locusta (richiamato in una delle liriche) “senti” di attraversare oggi: quella solitaria o gregaria?

    Domenico Frontera: Isolati, come dicevo prima, non siamo nessuno; ma anche come gregge, valiamo poco.

    Il gregge, e la gregarietà fine a se stessa, è solo massa e Kierkegaard, contro Hegel, lo disse sempre …la massa è ignoranza. No, in questa fase, sento tanto il bisogno di Comunità, di riscoprire che le nostre coscienze, le nostre città, la nostra Terra, fanno parte di una grande casa comune che occorre amministrare con giustizia.

    Ma ci potrà mai essere un’etica se ogni domanda di senso, se il timore ed il tremore di essere al mondo vengono anestetizzati dalla panacea di una tecnica che non è più al servizio dell’uomo? Khaos e Limite sono le due categorie da riscoprire… quell’instabile equilibrio che ci rende ogni giorno Uomini, senza sentirci un nulla e senza sentirci un dio.

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    Crotoneinforma: C’è una “mera” numerazione nella raccolta con due eccezioni: la XIII “sottotitolata” Un eretico e la XXIV con la dicitura Davanti a un dipinto di Munch. Se mettessimo sotto la XXIX “può iniziare a conoscere” e sotto la LIX “per ripartire sempre” chiederemmo un cerchio che non ha mai voluto disegnare? Che posto hanno la numerologia e l’allegoria nel tuo libro?

    Domenico Frontera: Ho scelto di non dare un titolo alle mie poesie perché ogni titolo, in questo contesto, rischierebbe di legare troppo il contenuto ad un soggetto definito. Ho scelto la logica della frammentarietà, della molteplicità dei significati e dei possibili rimandi al vissuto del lettore, anche interiore.

    È un ricollegarsi all’oscurità dei frammenti di Eraclito, alla “luminosità” di quelli Parmenidei, a ciò che ci è rimasto dello gnosticismo ebraico e cristiano.

    E poi ai Salmi, agli inni orfici al pitagorismo, in sostanza a tutta quella frammentarietà poetica che ha fondato la cultura occidentale.

    Ma è innegabile che è un dialogo aperto alla contemporaneità e che risente di molte categorie del pensiero classico occidentale (ma anche orientale) da Platone a Gadamer.

    La scelta dei numeri romani è una scelta basata non sulla numerologia ma sul fatto che questi numeri sono ancora lettere, non hanno subito il passaggio alla completa formalizzazione.

    L’allegoria, poi, l’uso della figura retorica, dell’ossimoro, ha il suo fondamento nella realtà stessa.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Crotoneinforma: Antitesi senza ossimori (se non “UNO” necessario: la solitudine), antagonismi senza violenze; quante sfumature illecite possiamo disvelare a noi stessi?

    Domenico Frontera: E’ la realtà, non il linguaggio, che è ossimorica. Spetta a noi ridare voce a questo muto inferno di segni che da sempre interroga le nostre vite, e che ora è muto ed è un inferno solo perché il rumore della nostra presunzione, quanto le luminarie delle nostre città “perfette”, hanno oscurato “la bellezza e il sublime delle stelle”, anche loro, “esplicitazioni” del Caos che aspettano dall’uomo il Limite di continuare ad indicare la rotta verso la casa comune della solidarietà.

    Non vedo altre vie che questa per sconfiggere la società narcisistica che abbiamo voluto e che continuiamo masochisticamente a subire.

    Il linguaggio è solo una convenzione necessaria, il sintomo del nostro limite, la nostra stessa ragione che cerca di dare un nome alle cose per ordinare il grande crogiuolo del Caos.

    Il linguaggio rassicura e rende possibile la nostra vita. Ma la verità non sarà mai un nome perché il mistero stesso, che è all’origine delle cose, precede ogni logos umano.

    Noi prestiamo la nostra ragione alle cose ma le cose in sé non ne hanno bisogno, semplicemente accadono, sono, e quindi non si potranno mai comprendere ma solo definire. Credo che oggi si scambi la definizione con la realtà è questo ci dona, esplicitamente da Bacone in poi, un illusorio senso di onnipotenza.

    Ancora una volta scambiamo il Limite del nostro essere al mondo con l’illusione del definitivo possesso della conoscenza. Ma come può un contenuto essere anche il contenitore?

    Chi pensa che l’uomo sia la parola definitiva ha mandato sul rogo Giordano Bruno, a cui ho dedicato un titolo proprio perché rappresenta il martirio di chi mette in discussione verità millenarie. La vera ragione, la vera conoscenza è umile, è sempre nel balbettio di un dialogo con il mistero sapendo che è proprio il Caos, il mistero, che la rende umana e la rende libera dal dogma.

    Una ragione che rispetta il Caos costruisce senza demolire, custodisce senza dominare l’uomo e “l’universo mondo” perché ha la consapevolezza del suo limite.

    In fondo è questa la grande lezione socratica.
    Lo scetticismo consegna e annulla la ragione nel mistero, relativizza ogni definizione, mentre il dogmatismo annulla il mistero nella ragione.

    Entrambe queste posizioni, deleterie, governano la nostra epoca e sono alla base di ogni male fisico, morale e culturale. Davanti a un quadro di Munch “Fra l’orologio e il letto” ho visto tutto questo; la con-fusione fra mistero e ragione, fra Caos e limite, fra Essere e Tempo che ci condanna o all’immobilismo o all’indifferenza di una Vita che soffre.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ringraziamo davvero Domenico Frontera per averci permesso di “rileggere” il suo Khaos e Limite e le “quasi” indispensabili prefazione e postfazione (quest’ultima a cura del tassonomico Paolo Fiore).

    Ci ha permesso di spogliarci di stracci (cognitivi) nel poter passare in rassegna vesti non ancora colorate. Ma è la stessa lettura delle settantadue epistole che restituisce casa e tormento, interrogativi e mistificazioni, pane asciutto ed acqua sporca; follia e sollievo!

    Appunto è Paolo Fiore che richiama in principio alla “parola” ed al termine a “quest’amore imperfetto” per tentare di dare un suo ordine (senza limite alcuno) alla poetica suburbana di Domenico Frontera.

    Noi ne abbiamo trovato un altro uguale e contrario, anche grazie all’ultimissima parte del dialogo venuto fuori dalla postfazione e dalle domande poste all’autore che facevano così: ma è bastevole ritrovare l’esigenza di interrogarsi per davvero per “ridirsi” risorti? Per restituire a Dio il proprio “verbo incompiuto”?

    Domenico Frontera: In questa mia raccolta è proprio il concetto di creazione che, in qualche modo viene ad essere ri-compreso. Risorgere non è un andare verso la Perfezione, il Cosmos non è che un Caos imbrigliato e illusoriamente depotenziato. La bellezza, la perfezione, sono “parole definitive” e tutto ciò che è definitivo è morte.

    Non esiste dialogo difronte a un essere compiuto, e quindi nessun possibile risorgere ma soprattutto sorgere. La grande intuizione di Eraclito è che la vita, non solo in superficie ma nel suo intimo, è polemos!

    E lo stesso Empedocle dirà che la realtà è possibile solo nel giusto equilibrio fra l’Amore e l’odio, fra l’amore e la tendenza del ritorno al Caos di tutte le cose. Ecco perché Dio è impotente, un vero Dio è necessariamente impotente perché è esso stesso “contraddizzione”, fame e sazietà, vita e morte.

    La stessa  creazione non è un dato acquisito una volta per tutte, essa continua, è in eterno divenire, perché tutto è fondamentalmente energia.

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    Crotoneinforma: come quello spazio intimo ed universale che indichi “fra il già e non ancora” e che ecumenicamente releghiamo al libero arbitrio.

    Un dio onnipotente, creatore di perfezione, è un dio despota, che pretende sottomissione e quindi dogmi, prigionie linguistiche, di pensiero.

    Corpi che non potranno mai essere redenti in quanto pre-determinati.

    In questo senso occorre restituire ogni “disse” alla creazione, ed abbracciare l’incompiuto, la nostra libertà sta nell’indeterminatezza della Necessità, del Caos.
    Siamo terra in cammino inseriti in un unico grande processo cosmico e storico.

    In noi la materia, dio, l’energia, o chiamiamola come ci pare, a seconda delle nostre diverse sensibilità, viene a prendere coscienza di sé stessa e si avvia verso un percorso che è un trascendersi verso un oltre che non dipende solo dal Fato ma anche da noi stessi perché noi stessi apparteniamo al Fato, alla Necessità, al Caos.

    Il dio delle grandi tradizioni monoteistiche, può sussistere solo al termine di questo infinito processo…Quando guardo un tramonto mi sento un Nulla ma anche un Dio perché in me è contenuta una coscienza, una coscienza che, al di là del perché la possegga, mi comunica meraviglia e timore e un grande senso di responsabilità verso me stesso, gli altri e la natura; e se, attraverso la poesia, oltrepasso ciò che tutti noi scriviamo nella nostra mente, è “giusto” per non dissolvermi in un ridicolo e disastroso delirio di onnipotenza che è il grande Verbo del pensiero contemporaneo.

    Ecco! L’ordine nuovo e l’antico sapore di sangue e merda che esce fuori quando ci proviamo per davvero ad interrogare noi stessi ed il permesso che ci concediamo verso gli altri, verso il Noi.

    Forse potremmo augurarci persino una forma di “amanesimo” dopo la lettura di questo libro graziato da parole illecite ma licite alle nostre caratteristiche, non ancora classificabili a virtù. Khaos e Limite è una sorta di gabbia protettiva di un unico assunto preordinato, quel “semplicemente sei e non sei”, che può indirizzarci verso una esistenza meno indolente, o ancora più indolente se come reale scelta coerente consideriamo il Noi impossibile o addirittura schifabile.

    Non v’è giudizio o sentenza in questa opera.

    Non c’è nemmanco strada sicura.

    C’è un afflato, più che un desiderio; una inclinazione messa a disposizione; quasi, azzardando, come ad iniziare a segnare il guado di Francesco che si spoglia, di frequente, della papalina per meglio comprendere come flettere la volgarità per succhiarne le ragioni.

    Ci appare ancora meno azzardato il parallelo proprio con l’umanesimo che, svanita l’antistorica speranza di una resurrezione pura e semplice della lingua latina, si accorse che era urgente l’adozione della lingua da tutti parlata; e con la smarcatura autorevole di Petrarca e Boccaccio “si risorse” per davvero attraverso la riscoperta della poesia con Poliziano, Sannazzaro, Bembo e soprattutto Matteo Maria Boiardo:

    …“Non vi maravigliati per ch’io avampi,
    ché maraviglia è piú che non se sface
    il cor in tutto d’alegreza tanta”…

    E’ così che anche dal primo libro di “Amorum libri tres” del Boiardo l’umanesimo trova, nella sua faccia “volgare”, sistemazione nella teoria e nel concreto campo grammaticale e stilistico.

    …“E’ un abbraccio
    al di là delle parole
    nel non creato
    nel non compreso;
    in quel nulla senza tenebra
    dove vita
    è più grande
    della tua consapevolezza

    E’ così che ci “affascina” pensare che un “diverso” stile, dove l’attuale si sveste di moderno, trova nella penna e nel Canzoniere di Domenico Frontera una forma di “amanesimo” ancora sconosciuto e pure già scritto nella mente di tantissimi che non vogliono dissolversi nella ridicola onnipotenza.

    Khaos e limite di Domenico Frontera

    Editore: Emersioni

    Anno edizione: 2020; Pagine: 85 p

    E’ in libreria e sulle piattaforme online dal 6 agosto scorso

     

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