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Grande lezione, di vita e di maternità, di una piccola donna

LE STORIE DI COSENZAINFORMA. Monica si scopre madre per aiutare sua mamma ad uscire dell’inferno

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    Una piccola donna. D’età, ma non di statura. Soprattutto morale. Questa storia, è una pagina che parla di donne, che aiutano altre donne. E, cercano di salvarle. Da se stesse e dalle insidie del mondo. Principalmente, di quello interiore. Questa è una storia che parla d’amore, che parla di coraggio, che parla di assunzione di responsabilità, che parla di cura, che parla di dolore e lo affronta. Lo sfida e s’impegna, per vincerlo. Questa non è una storia che “nasce” nell’epicentro di un disagio culturale, morale o economico. Questa è una storia che “vive” al quarto piano di un popoloso condominio del centro cittadino. Questa è la storia di una ragazzina di 12 anni appena che chiameremo Monica, immergendola nell’acqua battesimale della nostra fantasia, che, tanto per “dovere” quanto per sua volontà, fa da mamma a sua madre. Monica, grandi occhi, mai inumiditi di pianto e di tristezza, ha smesso, ormai da tempo, di vivere la sua età. Non gioca più con le bambole, non veste più le sue Barbie, non trucca più le sue Winx, ma si prende cura dei capelli, della pelle e della vita di sua madre, affetta da una grave forma di depressione. Stefania ha 45 anni e fino a qualche anno fa era una donna diversa dall’immagine sbiadita e ingiallita di oggi. Stefania, lavoratrice autonoma, indipendente economicamente, con mille interessi nella vita e tante ore di lavoro al giorno dedicate alla sua attività, per produrre soddisfazioni e benessere. Per se stessa e per la sua famiglia. Quella stessa famiglia che la depressione e le fragilità interiori hanno minato ed indebolito, recidendone i cordoni ombelicali affettivi. Il primo taglio netto è stato il “cesareo” d’urgenza del suo matrimonio, quell’unione con Paolo, consacrata in chiesa e “benedetta” da tutti come perfetta. Tra Stefania e Paolo, infatti, sono cominciati i problemi, ingigantiti poi dall’incomunicabilità e dall’orgoglio di non voler e poter fare il primo passo per costruire ponti di riavvicinamento. Le sfuriate, i litigi, le urla, hanno caratterizzato gli anni più tempestosi della coppia. E Monica, era sempre lì, chiusa nella sua stanza, ad “insonorizzare” i decibel delle urla con la morbidezza del suo cuscino rosa preferito o con le cuffie che “distillavano” la dolcezza di Cristina D’Avena, zittendo le cattiverie che provenivano dall’ultima stanza a destra, lungo il corridoio. Monica si è protetta dal dolore, chiudendosi la porta. Anche suo padre, un giorno, così all’improvviso, ha preso le sue cose e ha pensato di sbattere la porta di casa, lasciando tra corridioi e stanza da letto, i suoi problemi. Quella porta sbattuta, Paolo l’ha sbattuta in faccia a sua moglie. E, Stefania, contro quella porta c’è finita contro e s’è fatta male. Al volto, alle mani, all’anima. Quella porta sbattuta, con decisione e senza ripensamenti, ha fatto un botto violento. Stefania, piano piano, s’è smarrita, finendo per diventare vittima e carnefice di se stessa. All’inizio, la 45enne, soprattutto per non disorientare Monica, ha fatto finta di niente, abbozzando sorrisi, fingendo sicurezza e sfoggiando stati di apparente tranquillità d’animo. Ma, di notte, le fragilità finivano sotto le lenzuola con lei e Stefania ha iniziato a combatterle con i farmaci, con i sonniferi, con i tranquillanti, con le tisane, “corrette” al brandy. Stefania ha smesso di vivere e anche di esistere. E, Monica, il coraggio di voltare le spalle a sua madre, sbattendole anche lei la porta dell’amore e della comprensione in faccia, non l’ha avuto. Men che meno ha mai pensato di farlo. Monica ha scelto, ha dovuto diventare mamma, di sua madre, coccolandola, come una bambina, proteggendola come una bambina, sorreggendola come una bambina. Monica è diventata anche sorella, confidente, infermiera, tutrice, levatrice e allevatrice di quella donna, così distante, anagraficamente da lei, ma così teneramente vicina a lei e bisognosa di lei. Monica ha imparato a lavare, stirare, cucinare, cucire. Monica ha imparato a gestire le crisi di pianto di sua madre, ha imparato il segreto del sugo della domenica, o la ricetta della torta al limone. Monica ha imparato a rammendare, Monica ha dimestichezza con l’ago e i fili. Quelli stessi che, utilizza quotidianamente, per ricostruire sua madre, per ricucirle addosso i lembi di quella femminilità che ha perso, o le stoffe di quella serenità che s’è scucita. Monica è una piccola grande donna. Una di quelle di cui il mondo, maschile e femminile, ha bisogno. Una di quelle che, come insegnano Vasco e Gli Stadio, “Sulla faccia della donna batte quasi sempre il sole per noi “che se non ci fossero loro”. A noi basta una parola anche un gesto solamente per cambiare il colore di un giorno noi vogliamo e cerchiamo in ogni donna un’amica e se poi ci ritroviamo può durare anche una vita”. Già una vita. Quella che Monica sta restituendo a sua mamma.

    Carmine Calabrese

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