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Quelle accuse terribili contro il papà: il figlio lo scagiona. Fine di un incubo.

LE STORIE DI COSENZAINFORMA.IT La gelosia e la cattiveria “generano” mostri, la giustizia e il buon senso, li sconfiggono

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    Questa è una storia di ripicche, di ricatti, di menzogne, di sotterfugi, di meschinità. Questa è la storia di una famiglia, smembrata dagli artigli della cattiveria e della gelosia di un uomo e di una donna, di un padre e di una madre che, per ripicca e per dispetti, se ne sono dette e fatte di tutti i colori e che, soprattutto, la donna e madre, non ha esitato di “giocarsi” l’asso nella manica: quel figlio piccolo, da utilizzare come “testa d’ariete” contro il padre. Questa è una di quelle storie che fanno male all’amore, fanno male alle famiglie, fanno male al buon senso. Queste sono storie che fanno paura. Anche più dei mostri. Romina e Roberto, utilizziamo nomi di fantasia, un tempo erano due persone innamorate. Perdutamente l’uno dell’altra. Un amore fiabesco, un amore romantico, una bella favola del ‘due cuori e una capanna’. La nascita di un figlio, aveva messo ancora più romanticismo a quell’unione, aveva addolcito di tenerezza del quel legame affettivo. Ma, ci sono storie d’amore che proseguono in eterno, superando imprevisti e ostacoli, e storie che s’arenano e s’incagliano sulle incomprensioni. Che diventano ingestibili, che diventano irrisolvibili, che generano mostri. Sotto forma di azioni, con le sembianze di parole, con la maschera di gesti. Protettivi. Ma, solo per egoismo. Alberto, figlio di questa storia e vittima di questi due mondi contrapposti, ha dovuto affrontare una tempesta psicologica, psichiatrica e giudiziaria. Uscendone con i graffi sul corpo, le ferite sull’anima e tante escoriazioni interiori. Che, ancora sanguinano, che ancora fanno male. Che fanno sentire dolore. Che non s’alleviano, nemmeno, con la dolcezza delle carezze. La storia giudiziaria di questa famiglia, inizia all’alba di quattro anni fa, in un quartiere periferico di centro dell’hinterland. Tra Romina e Roberto l’amore è finito, la passione è scomparsa, il rispetto reciproco non esiste più. I due, hanno deciso di separarsi. Romina resta in casa, mantenendo dentro le mura domestiche Alberto, Roberto cerca sistemazione da un parente, intenzionato a rimettere in piedi la sua vita, e fermamente deciso a tenere Alberto con se. Per sempre. Romina, impaurita dall’idea di perdere suo figlio e il suo egoistico bisogno di esercitare la parte di madre premurosa, attenta e comprensiva, lavora giorno e notte per “spezzare” quel legame affettivo tra il suo ex marito e Alberto. Per “eliminare” le pretese dell’uomo, studia un piano diabolico e raccapricciante. Romina e Roberto, infatti, alla presenza dei loro avvocati di fiducia, si sono accordati per passare un fine settimana a testa con il bambino. La donna, armata di rancore e affamata di vendetta, stringe attorno all’ex marito un cappio soffocante. Romina, infatti, accusa l’ex di aver allungato le mani sul figlio. Un’accusa pesantissima. Di quest’accusa, la donna ne parla con un’amica e poi ai carabinieri. Scatta l’inchiesta, viene aperta subito un’indagine. Minuziosa e particolareggiata, vista la delicatezza del caso. I militari dell’Arma, su disposizione della Procura della Repubblica, attivano subito la rete di protezione: il bambino, alla presenza di un piscologico, di uno psichiatra e di un assistente sociale, viene ascoltato. Attraverso disegni, scritti, temini e favolette, gli viene chiesto di raccontare di quei suoi momenti d’affetto con il papà. Il piccolo non mostra mai ripensamenti, disegnando suo padre come un super eroe, raccontandolo come sorridente e comprensivo. Alberto “racconta” come suo padre lo coccola, l’accarezza, lo tiene per mano, lo prende in braccio, lo bacia sulle guance e sulla fronte. Anche la Procura nomina un suo pool di consulenti, per “analizzare” disegni, per “interpretare” pensieri e parole, per “decifrare” gesti silenziosi e il tanto non detto del bimbo. Quel non detto, urlato con gli occhi, quel non detto espresso con il sorriso. La valutazione dei primi consulenti e del secondo pool di esperti, cristallizza la propria relazione specialistica, evidenziando come “quei racconti forniti dalla donna, quegli atti d’accusa, quei sospetti terribili, non sono plausibili. Evidenziano come quegli atteggiamenti sono riconducibili ad un’inevitabile condizionamento esercitato dalla figura materna”. Roberto è uscito dall’incubo. Alberto, tra compagni di classi e amichetti di giochi, cerca di ritrovare se stesso e la sua tranquillità. Romina, invece, s’è chiusa in un silenzio. Di vergogna.

    Carmine Calabrese

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