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Malasanità. Cloe Grano, una verità ancora non scritta dalla giustizia

Una storia dolorosa che intreccia la felicità e la vita, con la disperazione e la morte. 

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    Una verità attesa. Da più di tre anni. Questa è un’altra storia dolorosa. L’ennesima che “unisce” la medicina con la giustiziaL’ennesima che “reclama” giustizia, l’ennesima che vuole verità, l’ennesima che vede una mamma e un papà in “trincea” per ottenere risposte. Risposte dolorose sì, ma essenziali, come ossigeno, per continuare a vivere. Questa è la storia di Cloe Grano, un “batuffoletto” di sorrisi e tenerezza, di appena quattro mesi, volato troppo presto in cielo. Papà Dino e mamma Edyta, genitori della piccola, assistiti, coccolati, protetti, dal resto della famiglia e dall’umanità degli avvocati Ferdinando Palumbo e Antonio Iaconetti, cercano, con determinazione e forza, una verità. Una verità “inseguita” da più di tre anni. Una verità che “pretende” giustizia e non “mendica” vendetta. Né compassione, né commiserazione. Il calvario della famiglia Grano, inizia nell’aprile del 2014, quando l’aria “profuma” di cuculi, di uova di cioccolato e di Pasqua. La piccola, sta male, molto male. Piange, si dimena, urla. Niente riesce a calmarla. Né il ciuccio, né le poppate e nemmeno i giochini sonori, montati sulla sua culla. Dino ed Edyta, capiscono che quei lamenti, quei pianti, non sono capricci, sono richieste d’aiuto. Di una neonata, sofferente, ma troppo piccola per far comprendere il suo dolore. Per due, tre volte, i genitori trasportano la piccola in ospedale. Ma i sanitari del Pronto soccorso dell’Annunziata, però, non danno nessun peso alle preoccupazioni dei genitori, men che meno alle “urla” di Cloe. Per loro, la bimba sta bene. Questo “responso”, tanto frettoloso, quanto rassicurante, convince Dino ed Edyta a ritornare a casa. Ma Cloe piange e continua a lamentarsi. Strilla, fino a utilizzare tutta l’aria che ha nei suoi polmoncini. Scatta l’ennesima emergenza, con fuga in auto all’Annunziata. Solo in questo quarto “tentativo”, i camici bianchi si accorgono che, effettivamente, in quella piccola c’è qualcosa che non va. Una tac, un’ecografia e una prolungata vista specialistica, permettono ai medici di scoprire che Cloe è affetta da una forma grave d’invaginazione intestinale (la penetrazione di una porzione di intestino in quella adiacente, generalmente della porzione inferiore in quella superiore, ndr). La piccola, trasportata in saoa operatoria, viene sottoposta ad un delicatissimo intervento chirurgico. Mentre è sotto i “ferri”, il quadro generale della piccola s’aggrava e viene colpita da un arresto cardiaco. L’intervento di rianimazione è immediato. E, dopo una serie di sollecitazioni mediche e farmacologiche, il cuore della piccola si “riattiva”. La piccola resta per altri giorni ricoverata all’Annunziata. Dino ed Edyta, però, non si sentono sicuri e chiedono ai medici di trasferire Cloe in un’altra struttura: l’Ospedale “Santobono” di Napoli. A piccola, in seguito alle pressioni della famiglia, viene trasferita a Napoli. I medici partenopei s’accorgono della gravità della situazione. Il quadro di salute generale della piccola è drammatico: il cuore è debole, la respirazione è affannata. Nonché il cervello è “fuori uso”, messo ko da danni irreversibili. Cloe, “attaccata” alle macchine dell’ossigeno, prova a resistere. Prova a rimanere “abbracciata” alla vita e all’effetto dei suoi genitori. Ma, ormai è troppo tardi. Il suo cuore, così come ogni cellula del suo corpicino, non riescono a combattere i “batteri” della morte. Che, di sera, se la porta via. Per sempre. Dino ed Edyta, che sognavano di sorridere con Cloe e per Cloe, e immaginavano di farle conoscere la bellezza della vita, di insegnarle a camminare, di vederla crescere, di “regalarle” attenzioni e carezze, nonostante un dolore grande, troppo grande da descrivere, da comprendere e da immaginare, dicono “sì” alla vita e permettono ai medici di espiantare gli organi di Cloe. Per salvare altre vite. Per far sorridere altri genitori, per regalare serenità ad altre famiglie. Per riempire bambini e bambine di carezze, anche quelle di Cloe. Tornati da Napoli, Dino ed Edyta, si rivolgono a dei legali per avere giustizia. Gli avvovati della famiglia Grano si mettono al lavoro e partono due inchieste: una a Napoli e una a Cosenza. La Procura di Napoli, però, manda tutto a Cosenza. Il pm Antonio Bruno Tridico, titolare dell’inchiesta giudiziaria, avvia l’inchiesta, sequestra le cartelle cliniche, nomina consulenti e iscrive medici nel registro degli indagati. Con il passare delle settimane, però, secondo i consulenti del pm, le responsabilità mediche e le colpe specialistiche, sono deboli. Tanto da indurre il pm, ad avanzare richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari. Il gip Francesco Luigi Branda, rispedisce al pm le “proposte” d’archiviazione e dispone nuove indagini. Il gip, anche sulla scorta delle testimonianze dei medici del “Santobono”, “ordina” tre imputazioni cotatte e dispone altrettante archiviazioni. Rosanna Camodeca, Luigi Carpino e Sofia Cristiani, escono dal processo. Passando dalla porta principale. Per loro è la fine di un incubo. Un “mosaico” di innocenza, realizzato dalla determinazione degli avvocati Nicola Carratelli, Pierluigi Pugliese e Nicola Rendace. Gaetano Pugliese, Maria Grazia Aceti e Roberto de Rose, finiscono tra i “cattivi”. I tre, rischiano di finire sotto processo per non aver capito la gravità delle condizioni di salute di Cloe. I tre camici bianchi, assistiti dagli avvocati Belvedere, Carratelli e Piro, puntano ad uscire da questa storia con un verdetto a lieto fine. Dino ed Edyta, tra fede e giustizia, vogliono “verità. Non per loro, ma per Cloe.

     

    Carmine Calabrese

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