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Condannò a morte la suocera: fine pena mai per Giannieri

Finché morte non lo separi. Dall’ergastolo. La condanna del carcere a vita, inflitta a Pasqualino Giannieri, (nella foto in alto a sinistra) sia in primo che in secondo grado, è diventata definitiva.

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    L’ha stabilito la Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dall’imputato, difeso dall’avvocato Carlo Esbardo, e ritenuto responsabile del brutale, quanto agghiacciante, omicidio di Maria Carmela D’Aquila, mamma della sua ex compagna. Pasquale Giannieri, operaio 56enne, nativo di Roggiano Gravina, ma residente a Saracena, dunque, dovrà vivere la sua vita dietro le sbarre di un carcere, con isolamento diurno per sei mesi. Ma gli ermellini della Suprema Corte hanno, inoltre, ribadendo in toto i verdetti dei giudici della Corte d’Assise di Cosenza (Giovanni Garofalo, presidente; a latere Vincenzo Lo Feudo, ndr) e dei togati della Corte d’Appello di Catanzaro, anche il pagamento delle spese processuali e il risarcimento delle spese sostenute dalle parti civili, per la loro costituzione in giudizio. L’operaio, descritto da tutti come una persona irascibile, particolarmente aggressiva e anche con atteggiamenti di possessività e scatti di gelosia, al limite dell’ossessivo-compulsivo, il giorno che uccise sua suocera, tentò anche di far en plein, attentando alla vita di Giuseppina Costanzo, la sua ex. La Costanzo doveva essere punita per aver ostato a lasciarlo, l’anziana suocera, invece, pagò un prezzo altissimo per quella storia finita. Il 56enne, infatti, punì l’anziana donna, ritenendola unica responsabile della fine della sua storia. Una storia che d’amore non aveva più nulla, una storia che non odorava più né di affetto, né di rispetto, ma che puzzava di possessività e di delirio di dominio e di violenza. Una storia che racconta tre vite lacerate, tre esistenze disintegrate, tre identità sepolte dalla rabbia e tumulate dalla disumanità e dalla follia. Già la follia. Quella deflagrata nella testa di Giannieri, nella tarda mattina del 26 marzo del 2013, in un appartamento di Saracena. Quella mattina, Giannieri, sballato di gelosia e strafatto di rabbia e violenza, dopo aver osservato per ore e giorni la vita delle sue prede, entrò in azione, dando vita al suo piano di morte e di vendetta. Cieca e violenta. Dopo aver abbattuto la porta d’ingresso, l’operaio fece irruzione nell’appartamento dell’anziana donna, intenta a sistemare la sua stanza. La donna, complice la rapidità d’azione del 46enne, non fece in tempo ad accorgersi di quelle che stava succedendo. L’anziana, colpita ripetutamente con pugni e con un bastone, venne lasciata semi tramortita sul suo letto. Ma per Giannieri quella scarica di violenza e di adrenalina, non era sufficiente. L’operaio, infatti, trasformò un fil di ferro in un cappio, diventando il boia di sua suocera. Giannieri strinse, strinse, strinse, con tutta la rabbia che aveva dentro e uccise sua suocera. Poi, compiuta la vendetta di possesso e di morte, nascose la donna sotto il letto. In quello stesso istante Giuseppina Costanzo fece ritorno a casa. Pasqualino Giannieri, s’accanì anche su di lei. Ma la donna, tanto per una questione di prontezza di riflessi, quanto per un miracolo della provvidenza, sfuggì alla morte e chiese aiuto. Le urla, le richieste d’aiuto, i rantoli di disperazione allertarono il vicinato. Poi, l’arrivo dei carabinieri, degli esperti dei Ris e dell’equipe medica e infermieristica del 118, fece il resto. Giuseppina Costanzo venne salvata, sedata e portata in ospedale. Per sua madre, invece, non ci fu nulla da fare. Per Pasqualino Giannieri, scattarono le manette e si aprirono le porte del carcere. Per lui l’accusa fu pesantissima: omicidio e tentato omicidio. Per Giuseppina Costanzo, fu un doppio colpo. Quell’uomo che aveva amato, che aveva scelto, con cui voleva progettare una vita e costruire un futuro, le aveva eliminato la madre e voleva condannare anche lei. Pensava, sperava e sognava che quell’uomo, con cui aveva intrapreso una relazione, poteva riuscire a salvarlo e a guarirlo. Da se stesso, dalla sua ira. Ma, Giuseppina Costanzo, non sapeva che quel suo ex, condannato dal Tribunale di Saluzzo per episodi ripetuti di violenza contro la sua ex moglie, potesse trasformare l’amore in possesso, l’affetto in aggressione e il rispetto in gelosia.

    Carmine Calabrese

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